Avocazione del personaggio

Oggi vorrei parlare un poco del concetto noto in inglese come character advocacy o, semplicemente, advocacy. Secondo il Cambridge Dictionary, per advocacy si intende:

public support for an idea, plan, or way of doing something

oppure

the work of defending people in court

Ipotizzo di utilizzare come termine italiano corrispondente la traduzione letterale “avocazione”, dal momento che, come credo di dimostrare più avanti, ha senso anche semanticamente parlando. Infatti, secondo il Vocabolario Treccani, per “avocazione” si intende:

L’atto di avocare, di assumere per sé: a. di una pratica, di un’inchiesta, di una facoltà, di un affare.

Il discorso sull’avocazione del personaggio, che io sappia, è relativamente vecchio e penso che un ottimo punto della situazione sia stato fatto da Moreno Roncucci in un’interessante discussione che potete leggere sul forum “Gente che gioca”.

Il punto è questo: quando noi giochiamo di ruolo, interpretiamo un personaggio. Tuttavia, il personaggio non esiste nella realtà: esiste soltanto nella storia, nella nostra narrazione condivisa. Chi gioca un personaggio ha una responsabilità nei suoi confronti: deve dargli voce, deve avocarlo, appunto, assumerlo per sé, prenderlo in carico, assumersene la responabilità.

Ora vorrei un attimo ripercorrere la storia del termine e arrivare alla definizione di avocazione del personaggio che ne ha dato Jesse Burneko nel 2008:

Tension in fiction is created when two characters come into conflict. That tension arises from the uncertainty of the outcome. All we know is that something is about to change. In order to bring that same tension into role-playing that uncertainty must be present and it must be legitimate.

That means that something within the game must be representing the fictional interests of the characters in conflict. That representation is what I call Character Advocacy.

E poi a quella che ne ha dato Eero Tuovinen nel 2010:

When a player is an advocate for a character in a roleplaying game, this means that his task in playing the game is to express his character’s personality, interests and agenda for the benefit of himself and other players. This means that the player tells the others what his character does, thinks and feels, and he’s doing his job well if the picture he paints of the character is clear and powerful, easy to relate to.

In tempi recenti, tuttavia, credo la definizione migliore e più semplice io l’abbia trovata in The Warren (Marshall Miller, 2015), a pagina 25 (definizione che avevo già citato in un altro articolo):

Come giocatore, il vostro obiettivo è interpretare il personaggio come se fosse una “persona” vera. Questo significa dotarlo di opinioni, obiettivi, speranze e debolezze personali... e anche che le sue azioni hanno delle conseguenze, per sé stesso e per gli altri.

Questo discorso sull’avocazione del personaggio mi sta particolarmente a cuore, e ne ho parlato oggi a proposito di una partita di La mia vita col padrone nella quale constatavo come tutti i personaggi dei giocatori (i servitori) fossero delle persone molto diverse perché noi, come giocatori, li stavamo avocando in modo molto diverso. Intendiamoci: questo non è un limite e una critica a come gli altri giocano i propri personaggi, ma la ricchezza stessa del giocare di ruolo con altre persone.

Fare avocazione dei nostri personaggi significa giocarli fino alla fine, col cuore in mano, in maniera onesta. Anche quando poi, a fine partita, il nostro personale giudizio di giocatori su quei personaggi sarà negativo. Quando stiamo avocando un personaggio, stiamo dando voce a qualcosa che non esiste, che non avrà voce se non gliela darà qualcuno. Siamo noi che dobbiamo dare voce al nostro personaggio: in questo consiste l’avocazione.

Insomma, l’avocazione è il contrario di quando chiami il tuo personaggio Ciccio Pasticcio e lo giochi costantemente in maniera cazzona. Non dico che giocare così sia il male assoluto e da evitare in tutte le occasioni: dipenderà molto dalle premesse della partita condivise tra tutti i giocatori. Ma, quando giochi un personaggio così, gli stai negando il suo diritto a essere rappresentato come una persona vera nella storia che stiamo giocando.

A questo proposito, mi capita spesso di vedere il gioco di ruolo interpretato come un’attività nella quale si giocano i personaggi in maniera leggera, cazzona e scanzonata. Una volta giocavo così anch’io e vedevo i giochi di ruolo unicamente come un modo per svagarmi e per fare escapismo… “divertimento” direbbero alcuni. Ripeto: in questo non c’è nulla di male.

Tuttavia, negli ultimi anni, mi sono sempre di più accorto di cercare qualcosa di più profondo dal gioco di ruolo. Spesso mi avvicino ad esso come a un medium artistico affiancabile ad altri media artistici, quali il cinema, la letteratura, il fumetto. Mi avvicino al gioco di ruolo per cercare di creare una storia dai temi emergenti e, quando gioco un personaggio, mi viene più facile e naturale fare avocazione per esso che non il contrario.

Una cosa è certa: credo che, in questo modo, il gioco di ruolo abbia acquistato più valore per me.

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