Come la penso su alcuni punti spinosi

Nel rispondere a un commento a un video su YouTube, mi sono trovato a esprimere come la penso su molti temi riguardanti il gioco di ruolo. Metto qui le mie riflessioni, dividendole per argomento, nella speranza di chiarire la mia posizione e di fissarla anche a me stesso, magari per tornarci su in futuro.

P.S. Anche il mio amico Giovanni Micolucci ha voluto dire la sua sugli stessi argomenti sul suo blog.

Odio davvero Dungeons & Dragons?

Io non odio davvero Dungeons & Dragons. Mi sono divertito a giocarlo, anche se, ora come ora, non credo che ci giocherei più, se non con una forte visione e un sistema di regole minimale (resto affezionato alla seconda edizione di Advanced Dungeons & Dragons, nonostante i suoi evidenti difetti). Quello che a me non piace è la cultura dei giochi tradizionali: la trovo tossica e credo che, tutte le volte che vedo un problema nel mondo dei giochi di ruolo, questo sia riportabile, in qualche modo, a qualche a priori nato nella cultura del gioco di ruolo tradizionale. Credo che, negli ultimi anni, anche lì, si siano fatti passi da gigante, grazie a giocatori che stanno facendo un’ottima opera di divulgazione. Penso a podcast come La Locanda del Drago Rosso o L’Antro del Dungeon Master, ma non solo. Non riesco comunque a vedere quella come la mia casa, ma perlomeno la percepisco come una casa di amici, e non come una casa nella quale non vorrei mai andare, com’era un tempo.

Fare le vocine

Sul “fare le vocine”, quella è una tecnica di recitazione. Non ho davvero nulla contro al fare le vocine dei personaggi in sé: se uno è capace e le sa fare con poco sforzo, mi sta benissimo che le faccia e trovo che possa arricchire una partita. Quello che contesto è il credere che giocare di ruolo, e giocare un personaggio, sia unicamente giocare le sue vocine. Per me, la cosa importante è giocare le motivazioni dei personaggi, far vedere chi sono, in cosa credono, per cosa lottano, non menomare la tua agentività di giocatore per seguire la storia preparata da un altro giocatore. Quello contesto: le vocine come forma di railroading autoimposto e come forma di gatekeeping elitista verso chi non le sa fare. Non mi piacciono le vocine come forma di pressione sociale sugli altri giocatori per dirgli che non sono abbastanza.

Railroading e illusionismo

Sul fare railroading e sul cercare tutori che insegnino come non farlo, per esperienza, non mi fido molto. Trovo spesso che, più si dica di non fare railroading e di essere dei bravi improvvisatori, più è probabile che si scada nell’illusionismo, che è solo una forma di railroading nascosta e inconsapevole. Comunque sia, non voglio fare troppe assunzioni. Dico solo che, in questo campo, trovo che le parole si discostino molto dalla realtà, perché è un insieme di pratiche molto ben radicate e difficili da sradicare, prima di tutto, in sé stessi.

Game master di merda

Secondo me, non esistono game master di merda per natura. Secondo me, i game master di merda sono stati addestrati a esserlo da una cultura di gioco tossica. Quella è una cultura di gioco che io contrasto profondamente e sono del parere che tutti possano essere dei game master (o dei giocatori) decenti di un qualche gioco. Ognuno ha il suo gioco di ruolo nel quale sarebbe bravissimo: deve solo scoprire quale. Io sono contro al credere che le persone siano portate o meno a fare da game master o da giocatori nei giochi: credo che questa sia solo un’altra forma di gatekeeping e sono favorevole a insegnare alle persone che sono abbastanza, che possono essere migliori e che possono imparare a giocare meglio. Detto questo, non amo perdere tempo a convincere la gente che reputo non voglia ascoltarmi e che crede di essere già arrivata: ho poco tempo e lo voglio spendere con chi vuole migliorarsi (compreso me stesso).

Giocare in un party

Sul gioco a party, il fatto di non amarlo è una mia preferenza. Per prima cosa, preciso che, con gioco a party, non intendo quando si fanno le scene con i personaggi assieme. Intendo quando si gioca “a millepiedi”, con i personaggi uniti, che prendono tutte le decisioni in comune, che fanno le stesse cose, hanno gli stessi obiettivi, ecc. Io, quando gioco, mi trovo bene a giocare per esplorare il personaggio: per capire chi è, cosa vuole, per cosa lotta. Tutte le volte che mi trovo a giocare in un gioco a party, succede questa cosa per la quale la premessa che dobbiamo stare tutti assieme appassionatamente comincia a diventare una pressione sociale su di me come giocatore per non rompere il party. Per cui, cosa succede? Succede che smetto di giocare il mio personaggio col cuore e con passione, e lo trasformo in una marionetta e in una macchietta che sta lì perché come giocatori abbiamo deciso che deve stare lì. Fare così mi fa presto scendere la catena e mi fa passare la voglia di giocare di ruolo. Questa è la ragione del perché non amo giocare in party e scrivo così spesso giochi con un solo protagonista, due o nei quali non si gioca in party.

5 commenti su “Come la penso su alcuni punti spinosi”

  1. Sono d’accordo al 100% sulle prime parti quanto sono in disaccordo al 100% sul discorso party.
    Ovviamente è undiscorso assolutamente personale, di gusto e soggettivo.

    1. Daniele Di Rubbo

      Ovviamente, sì. È una cosa che riguarda me e il mio stile di gioco, e credo che sia condivisa da molte delle persone che conosco e che condividono la mia cultura di gioco, ma non pretendo di certo che sia valida per tutti i giocatori. Però, nell’articolo ho cercato di spiegare come mai gioco meno volentieri ai giochi col party.

  2. In passato ho odiato D&D, ai tempi di scatola rossa e dintorni, e di ad&d: ero agli inizi e non sapevo che molti giocatori si “fidanzassero” con un unico sistema, e dato che mi interessavano altri giochi (zeppi di difetti, ma privi del vancian, che ho sempre trovato irritante) davo la colpa a d&d.
    Poi mi è passata, gente disposta a provare altri giochi ne ho trovata in altri contesti e le edizioni di d&d successive le ho trovate “meno peggio” delle prime, pur con le loro magagne.
    Di sicuro non sono in grado di fare da master, troppe regole e troppe eccezioni, ormai sono vecchio per queste cose 😛

    Game master di merda? Mi sento d’accordo: un po’ lo ero anche io, poi penso di aver fatto dei passi avanti, come etica e come tecnica.
    Dovrei imparare a movimentare le storie – spesso evito le situazioni action e gli scontri, in ogni gioco, perché lì le regole si fanno più macchinose.
    Serve esperienza e sintonia col gioco: le varie menate, capacità di improvvisare etc. sono tutte cose che vengono con la pratica (e buttando al cesso i trucchetti da imbroglione che vengono spesso insegnati all’inizio dai master esperti, come tirare di nascosto e ignorare il risultato o aggiustare i punteggi nei nemici nei giochi di mazzate).

    Riguardo al party e al millepiedi… dipende da come si riesce a gestire il “montaggio” se i personaggi sono separati. Il millepiedi permette di gestire storie più spedite, ma non si può avere sempre i pg incollati gli uni agli altri.

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