Fear: Ragnarök

Ho scritto un brevissimo racconto per omaggiare Fear, il mondo di avventure per Fate che unisce il filone horror a quello della guerra in Vietnam che il mio amico +Antonio Amato sta sviluppando in queste settimane.

Lo pubblico qui, avendo ricevuto il suo imprimatur.

Vietnam War crossfire, 1966

Ragnarök

Era tutto cominciato in maniera strana.

Robert K. Potter, ventun anni, nato a Black Mountain, North Carolina; soldato scelto delle Forze Speciali dell’esercito degli Stati Uniti d’America, ma tra di noi ci chiamiamo semplicemente “Berretti Verdi”.

Quando ci hanno fatto scendere in questa merda di giungla, era già un macello. Le squadre erano dannatamente sotto organico e non si trovava un cazzo di sergente da mettere a capo della nostra combriccola di sbandati neanche a dar via il culo.

Era naturale che legassi con Bob: Bob sapeva dove procurarsi le sigarette, e le sigarette sono l’unica cosa che, in questo buco di culo, mi ricordi il profumo di casa. Se pensate che il Wyoming abbia un clima di merda, allora non siete mai stati in Vietnam, ve l’assicuro.

Dicevo: era tutto cominciato in maniera strana. Bob era lì, attorno al fuoco, con la gavetta in mano, che chiacchierava con me della ricognizione fatta in giornata, dello scontro con tutti quei Charlie. Avete idea di quanto occorra essere scemi ad accendere un fuoco con attorno un nemico che conosce ogni foglia di questa giungla?! Quando te ne stai a casa, nel tuo bel lettino, con le copertine tirate su, pensi che nella foresta tropicale faccia un caldo da paura. Che imbecille! Di notte si gela. Ma come facevo a saperlo, allora?

Sarebbe stato più corretto dire che Bob parlava e io ascoltavo. Ero incredulo. Gli altri sembravano non badarci, come se lui non fosse lì.

La mattina dopo, la radio ha ricominciato a funzionare e il marconista, quel figlio di puttana, ha detto che dovevamo spostarci di qualche chilometro verso nord-ovest. Ordini del comando. Lo abbiamo fatto, e abbiamo trovato Charlie come se non ci fosse un domani. Ancora.

Erano nascosti in mezzo ai civili, ai bordi di una risaia che doveva essere disseminata di mine e nella quale non sarei entrato per nulla al mondo per provare il contrario. Bob è partito in quarta, col sangue negli occhi, e li ha fatti secchi quasi tutti, senza guardare in faccia a nessuno. Se queste cose si sapessero a Washington, vedreste i titoli dei giornali di quegli stronzi impagliati e comodi sulle loro poltrone! E, invece, quello che succede in Nam resta in Nam, e vi assicuro che è meglio per tutti così.

Bob si becca una pallottola nel polmone sinistro e crepa. Ancora. Ormai tendo a non darci più importanza.

La sera me lo trovo attorno al fuoco. Di nuovo. Va avanti così da giorni: Bob muore e, alla sera, me lo ritrovo vivo e vegeto accanto, gavetta in mano, armato di sigarette e stronzate, come al solito.

Stavolta dice cose senza senso, molto più del solito. Parla della grande guerra alla quale si sta preparando, dei giganti che giungeranno e che distruggeranno il mondo, e del giuramento fatto a Odino, il Sommo Padre, per combattere nella battaglia finale, il crepuscolo degli dèi.

Ma io lo so che Bob non esiste, che è tutto frutto della mia mente malata. Bob è morto il primo giorno di missione, quello stronzo, al primo scontro a fuoco di un ragazzo di ventun anni con la paura negli occhi.

Da allora, i suoi occhi morti sono i miei unici veri compagni.