Perché amo certi giochi (più che odiarne altri)

Questo articolo è stato scritto da Fabio Succi Cimentini ed è stato originariamente ospitato sul mio vecchio blog: “Evil Carrionette Shoppe”.



Ciao, sono Fabio e sono un altro ospite molesto. Siate pazienti e arrivate alla fine, perché c’è qualcosa che vi vorrei chiedere.

Qualche utile precisazione

Vorrei parlare di cose annose ma partendo da me stesso, che magari in pochi conoscete, e delle mie ragioni. Penso che servano più Signori Nessuno che parlano di sé, del proprio entusiasmo e delle proprie ragioni nel giocare di ruolo, perché mi piacciono le storie delle altre persone. Mi piace leggere delle esperienze altrui, mi piace leggerle dietro le teorie e le spiegazioni. Quindi l’ho fatto pure io. Chiedendovi pure un parere in questo, e volendo provocare qualche risposta. Per farmi perdonare del disturbo, delle eccessive ripetizioni di ‘gioco’ e anche della lunghezza, ho pure diviso in paragrafi.

Prima di tutto, non ho avuto affatto una brutta esperienza di gioco classico.

La campagna di dieci anni di D&D 3.5 mi ha accompagnato dall’inizio delle superiori all’età da laureato, e tutt’ora quando la si rievoca è sincero piacere quello che provo. Anzi, ne sono anche usciti fuori di quei momenti intensi, di quelle possibilità di sviscerare il personaggio a cui anche ora tengo così tanto. Ho provato il dilemma del cavaliere che deve scegliere se tradire gli ordini o gli amici, o l’eterna solitudine di chi può solo essere un eroe.

Certo, tutto era legato al fatto che giocavo con quelle sei-sette persone (di cui quattro trovo in grande sintonia al tavolo con me). Le scelte rispettive di vita e geografia hanno portato a far sì che a giocare siamo rimasti in pochi: non con la frequenza e le aspettative di lunghezza di prima, comunque. E l’abitudine a quelle persone aveva portato ad uno standard tale che i miei tentativi di provare altro come GM mi lasciavano con lo sconforto, e a giocare con altri restavo tiepido. Quindi in fondo il potere ottenere quello che volevo era troppo legato ad un elemento, la combinazione di tot persone, che è estremamente fragile. Sia per vera e propria durabilità che per il numero e varietà di esperienze che si possono fare.

Ultimamente ho ripreso D&D con le tre persone con cui lo standard era più forte. Che funzionasse non l’ho mai messo in dubbio, l’affiatamento c’è e la voglia di portare avanti personaggi e scene intense pure. Così come il nostro modo di fare – o meglio, di giocare nonostante – D&D difficilissimo da esportare fuori. Tanto per chiarire che non sono reduce da strani ricondizionamenti: chi ha avuto una storia ludica risultata positiva, la giudica ancora tale. E quest’esperienza, com’è partita molto positiva, sono sicuro che continuerà tale; al 99% perché è con quelle specifiche persone e si lega al mio rapporto con loro. Però non è la mia unica occasione di gioco attuale e non voglio che lo sia. Senza diminuirne il valore e senza negare di un millesimo il godimento delle giocate, so che resterà fra le dinamiche e il rapporto stretto di noi quattro persone.

Il grande elenco nel cielo

Non smacchiamo i giaguari. La questione è: ho una chiara preferenza per i giochi di stampo forgie/indiehippie/system-matters. Ma niente affatto per brutte esperienze o odio verso una parte. Parliamo piuttosto delle figate di questa parte qua. Perché adesso seguo giochi (e una cultura di gioco sottostante) che:
  1. mi fanno interessare alle meccaniche oltre che al setting;
  2. mi aiutano a parlare di gioco cercando una base scientifica, insomma dei modi per analizzare il gioco, per risolvere e migliorare (cosa che non manca ad alcun mezzo espressivo) senza lasciare tutto all’alchimia di gruppo o a idee esoteriche;
  3. mi hanno ribaltato svariate tradizioni, abitudini e dicotomie che ora vedo come falsi problemi: il metagioco, la divisione tra fisica e anima, dado contro interpretazione, il bisogno di tanto tempo per affezionarsi ad un personaggio – insomma, ora sono ad una visione che reputo più ampia di prima;
  4. mi aiutano ad avere compagni di gioco diversi e da posti diversi;
  5. mi permettono anche di giocare una storia diversa e compiuta in poco tempo, facendone un bel carpe diem, e di scegliere fra millemila tipi di storie, tematiche, personaggi;
  6. mi mettono in chiaro il fatto che chi gioca è lì per giocare, e per giocare con me e gli altri prima di tutto, e per essere creativo e coinvolto – anche se significasse due misere ore della sua vita;
  7. mi mettono in contatto (e aiutano l’amicizia) con appassionati entusiasti, vulcanici e che vedo condividere la mia necessità di non rimanere in un recinto di ‘generi nerd’;
  8. mi danno voglia di tenere il ruolo di GM senza paranoie di non essere all’altezza, ma anzi strumenti per farlo in modo soddisfacente;
  9. mi stupiscono spesso e volentieri;
  10. mi chiariscono con fermezza che gioco per esprimermi, non per far svanire la mia coscienza in un’altra entità;
  11. mi consentono, quando e solo quando lo voglio, di giocare con la pretesa di esplorarmi e condividere qualcosa di potenzialmente rischioso;
  12. mi danno la capacità di sfruttare (non sempre al massimo, si impara!) il gioco di ruolo come mezzo espressivo a piena potenza;
  13. mi fanno sentire di giocare in modo maturo. Anche quando muovo un pucciosissimo Pellegrino.
Assieme. Non sono tutti criteri che giochi più classici non mi permetterebbero; alcuni sì (e li ho già tratteggiati nel breve sunto del mio percorso), altri sono molto più difficili da soddisfare. Ho analizzato molto il mio modo di giocare ai tempi della 3.5 e ho continuato a farlo con giochi forgie, ho fatto e consolidato amicizie con Kagematsu e GirlXBoy, ho trovato piacevolissimo e stimolante cominciare soltanto a fare da MC coi giochi potenziati dell’Apocalisse (e ho pure scoperto la figaggine del genere post-apoc), con 1001 Notte ho scoperto trucchetti su come rendere il gioco vivido e sensoriale, ho giocato due ore di storia strutturatissima e guidatissima ma spezzacuore all’italianissimo La cosa più preziosa al mondo. E così via.

Quindi non è che odio giochi che mi rovinano e mi rivolgo al resto del mondo; piuttosto abbraccio una cultura di gioco che mi indirizza e mi sollecita ai punti di cui sopra. Perché sono un Signor Nessuno, seriamente, e a conseguire queste cose da solo non sono così bravo. Pongo tanta enfasi sulla cultura di gioco, tra l’altro, perché per me è un punto chiave. Un po’ perché una visione organica mi permette appunto di vedere le cose a raggio più ampio, a fissarmi su meno particolarismi. E un po’ perché le ambizioni e l’espansione di una comunità, basata sul fare gioco e non solo sul parlarne, per me sono grosse. Importanti. Fondamentali, oramai.

La selezione, il tempo e la Rani

Concatenate nel mio cervello, quindi, queste motivazioni fanno la differenza e sono un considerevole punto di non ritorno. Un conto è scegliere le persone, un altro i giochi. Poi ci sono almeno tre giochi ‘di stampo classico’ che mi esercitano parecchio fascino: Ars Magica, Nobilis, Unknown Armies. Ma devo trovare le condizioni migliori con cui giocarli così come sono.

E alla fine ho troppe cose da voler giocare, una lista che continua ad allargarsi, da non volere fare una selezione. Vale anche per l’insieme dei giochi di stampo forgita o da esso ispirati o quel-che-sono. tremulus, che un discreto hype l’ha suscitato, non mi attira. L’unico anello, su cui mi fido quando gente che stimo lo reputa interessante anche dal lato sistemico, non mi interessa – perché non mi piace l’idea di giocare nella Terra di Mezzo. Polaris sono arrivato non a detestarlo, ma ad avere un grosso numero di dubbi a riguardo. Non è detto che non li giocherò mai o mai più, ma semplicemente abbracciare una corrente di gioco/design non mi impone di accettare acriticamente ogni sua propaggine. Certo, influisce sulle aspettative e sulle selezioni. E dato che selezioni nella vita – e in una passione – vanno sempre fatte, che non abbiamo il tempo per provare tutto (anche se lo vorrei, perché ad avere un superpotere sceglierei banalmente il controllo del tempo), ho abbastanza criteri per fare una scelta.

Però, prima di salutare, vorrei lanciare un qualcosina di concreto.

Una modesta proposta

Mi piacerebbe che chiunque leggesse questo post passasse sul Grande Elenco e si vedesse le voci. Chiunque: che sia bombolonaro, parpoide, Guelfo, Ghibellino, ibrido o Dalek. Sono un buonista, ve ne sarete accorti. Che se le legga, pensi quale di quelle voci pensa sia davvero un valore, quale riesca a soddisfare e con che gioco (gioco specifico, magari. So che ho razzolato male sopra, facendo pochissimi nomi specifici, ma per una sorta di manifesto me lo perdonerete. Forse.) Quali sono vitali. E quali per lui sono un falso problema. Mi risponda, se vuole; questi sono tesori nella mia attuale vita di giocatore – ed è di queste gioie, dei giochi con cui si intersecano, che vorrei parlare. E stimolare un discorso.

Riprendiamo a parlare di giochi, ma anche di gioie e intelligenza del gioco. Alla fine è quello di cui teorie e programmi non possono fare a meno, proprio come base portante. O meglio continuiamo a farlo, perché non s’è smesso mai. Semmai c’è stato troppo caos sopra a coprirlo, ma io non smetterò di essere entusiasta. Speriamo che non smetta nessuno.