Sul senso del metagame, questa “bestia arcana”

Questa volta propongo una riflessione che credo mi sia uscita abbastanza incasinata e che, pertanto, non è tra le mie preferite. La propongo lo stesso, perché è ugualmente un mio contributo personale.




La definizione di “metagame” nel mondo dei giochi di ruolo è altamente controversa. Nemmeno in ambito forgita [i.e. facente capo all’ormai defunto forum americano “The Forge” (http://www.indie-rpgs.com/forge/index.php) e relativo ambiente], mi capire di capire, ci sia accordo su di essa (e questo genere di argomenti sono stati ben sviscerati. “The Provisional glossary” [http://indie-rpgs.com/_articles/glossary.html], seppur lungi dall’essere una Bibbia, ne fornisce ben tre definizioni (di cui non riesco a capirne neanche una, che strano!). Sarà anche per quello che di solito il termine è evitato in ambito new wave (cosí come “immersione” [vd. http://www.liveforum.dk/kp07book/lifelike_holter.pdf])…

Ma veniamo a noi. Personalmente vengo dall’ambito tradizionale, come credo molti di noi. Lì questa parolina era usata alla grande da tutti. Il metagame era il male assoluto, e anche a logica, per molti aspetti. Ma perché? Cosa si intendeva per metagame? Anche lì la definizione era controversa, ma credo che possa essere espresso cosí: “quando un giocatore usava conoscenze proprie nel fare delle scelte in vece del suo personaggio”. Da questo il termine si espandeva a tutta una miriade di cose, fino a diventare sinonimo della sua esatta definizione linguistica: “tutto ciò che va oltre il gioco stesso (inteso come fiction, quello che si vede nell’universo immaginato, in senso stretto)”. Per cui parlare di “punti ferita” o di “PNG” mentre si interpreta un personaggio è metagame, aggirare strategicamente un ostacolo perché si sa che che molto probabilmente c’è accanto una trappola è metagame, e cosí via. Arrivando alle estreme conseguenze, anche usare la scheda del personaggio o far tirare i dadi ai giocatori è metagame, e in effetti io stesso, per un certo periodo, mi sono mosso su questa linea.

Di nuovo: ma perché? cosa c’è dietro a questa concezione? come ci siamo arrivati? Per me la risposta va ragionata, ma tutto sommato è semplice. La mia passione per il gioco di ruolo si è sviluppata negli stessi anni in cui a scuola seguivo un corso di teatro dilettantistico. Spesso i due “hobby” sono stati associati, anche se persino in ambito tradizionale, ora come ora, si riconosce che il gioco di ruolo non è teatro improvvisato (ne parlai a quattr’occhi con Luca Volpino alla GiocaCon, a fine aprile). Perché io, al tempo, associavo le due cose? Forse per darmi un tono, per dare un senso vagamente “intellettuale” all’attività del giocare di ruolo. Ragazzi, dobbiamo capire che la nostra società dà grande valore al lavoro, ma considera il gioco roba da debosciati (e non stiamo parlando di qualche circuito calvinista; un sacco di gente ragiona cosí!), per cui è normale quando hai quindici anni cercare di giustificarti con queste cazzate agli occhi dei “grandi”.

E poi, diciamocelo, un po’ è vero; qualcosa in comune c’è: sia nel teatro che nel gioco di ruolo interpreti dei personaggi, eppure oggi posso dire che ci passa un abisso di mezzo (ma probabilmente lo sapevo anche già prima). Nel teatro interpreti per dei fini intellettuali. Ok, ti diverti – mi dovranno ancora presentare un attore (di teatro; quelli del cinema sono una specie a parte) che non ama il suo lavoro (con quello che guadagnano, poi…) – ma è comunque un lavoro, richiede un impegno professionale, grande preparazione, perfezionamento, allenamento, stress… in una parola, fatica! Il gioco di ruolo no, è diverso, non è quello: si gioca di ruolo per divertirsi. È attività ludica! È per dilettanti veri, non richiede preparazione, impegno sí, ma se finisci a “lavorare”, a “faticare”, per il gioco di ruolo, ragazzo, comincia a farti qualche domanda e cambia hobby (o come ti relazioni con esso)!

Altro apparentemente in comune? Sì, c’è una storia… ma chi la fa? Beh, nel teatro il drammaturgo. E nel gioco di ruolo? Beh, il GM. Sicuro? Beh, mi dicono non in tutti i giochi. Ok, ok, facciamo un passo indietro. Non mi interessa davvero chi fa la storia, ma chi si pretende che la faccia. Nel teatro? A ridaglie! Il drammaturgo! Ok ok, e nel gioco di ruolo? Beh, il gruppo; voglio dire, il GM e i giocatori. Perfetto! Quindi è un’attività di gruppo. Sì, ma cazzo, anche il teatro. Già, ma la storia lì la scrive il drammaturgo; gli attori hanno un copione e lo seguono. Anche il teatro improvvisato ha un canovaccio o, comunque, il teatro improvvisato ha le sue regole (e gli attori le studiano e le conoscono bene, e non sono cosí facili da padroneggiare). Ma quindi noi che giochiamo di ruolo di chi siamo figli? Beh, dai, non del teatro: interpretiamo dei personaggi, come loro, ma per fini diversi, in modi diversi. Anche volendo non avremmo gli strumenti per fare gli attori dei nostri personaggi (a meno di non ridurci ad una nicchia di pochi eletti e di trasformare l’hobby del gioco di ruolo in questo).

Se cominciamo a capire questo capiamo che per anni noi ci siamo considerati attori dilettanti. La massima aspirazione era “entrare nel personaggio”. Ma per fare questo devi dimenticarti che stai giocando un gioco, con le sue regole, con i suoi termini, con la sua plancia, con le sue miniature, con la sua scheda… quello è metagioco! Cioè un paradosso: il mio gioco è metagioco?! Ma come può essere?! Anche linguisticamente non tiene. Eppure tiene se consideri il gioco di ruolo quella cosa là che ci siamo detti sopra.

Ma perché accanirsi col metagioco allora? Avrà qualcosa di positivo? Ma certo! Era per il bene della storia: se interpreti il tuo personaggio e solo lui, cercherai di sforzarti di renderlo vero, il gioco e la storia ne guadagneranno. Ma chi stabilisce allora tutto il resto? Chiaro: il GM. Ma quindi come è possibile un confronto sulla storia, voglio dire il tanto declamato “facciamo la storia assieme” se tu, giocatore, devi stare dentro la “bolla di vetro” del personaggio tutto il tempo? che dialogo puoi instaurare sul personaggio? all’interno del personaggio, ma guardandolo dall’esterno (cazzo, anche nel teatro il personaggio parla al pubblico, a se stesso, a lato del palco…)? In realtà solo il GM può esporre un giudizio: quindi tutta l’esperienza ludica è filtrata dal GM. I giocatori accedono allo spazio immaginato condiviso (a quello che succede nella fiction) attraverso la mediazione del GM che praticamente funge da mainframe (perché se no è metagame). Questo povero GM deve avere un gran cervello, non sbagliare mai, essere una macchina… ma poi chissà cosa vuole il giocatore, visto che non può dirlo, se no è metagame.

Se dopo questo qualcuno riesce ancora a guardarsi allo specchio e a non avere qualche dubbio sul metagame e a dire che non si è mai fatto problemi su questo, allora gli stringo la mano e ogni discorso è finito. Se, diversamente, qualcosa si è mosso allora passiamo a chiederci perché abbattere questo mito.

Beh, perché avvenga la condivisione vera di una storia bisogna far sí che gli impulsi narrativi possano arrivare da tutti. Vale a dire che il GM e i singoli giocatori devono poter dire la loro in maniera tutto sommato paritaria (una testa un voto). I giocatori hanno i loro personaggi (i PG), il GM ha i suoi (i PNG); entrambi devono interpretarli con passione, con la fondamentale differenza che i PG sono sempre i protagonisti, i piú fighi – “er mejo”! – mentre il GM dovrebbe trattarli “come macchine rubate”. Per il resto, però, il cazzo di GM prima faceva da pubblico. Il pubblico da casa giudica, ragazzi! Ma come può una sola persona stabilire cosa è figo per un gruppo? Se abbattiamo la barriera del metagame diciamo che tutto il gruppo è anche pubblico di se stesso, esprime giudizi sul gioco, sulla fitcion, sulle scelte, sui meccanismi sociali. Allo stesso modo tutto il gruppo dovrebbe essere parimenti libero di dare spunti (“posizione autoriale”) al gioco stesso. Cosa fa allora il GM? A questo punto dipende da gioco a gioco. In molti giochi si riconosce ormai che quella figura tout court non serve piú (avrebbe davvero troppo poco da fare e si annoierebbe): se ne spezzano le competenze a vari giocatori. D’altra parte il contraltare sarebbe dare tutto da fare al GM e ai singoli giocatori solo da giocare i personaggi (“posizione attoriale”), il che però sarebbe noioso per il GM (che se la dovrebbe cantare e suonare da solo) e per i giocatori (che starebbero lì a sentire il GM che se la canta e sa la suona da solo).

Detto questo, forse sono andato un po’ troppo oltre, forse ho fatto un gran minestrone incasinato (ma che ci volete fare? io ragiono cosí), ma spero di esser riuscito almeno un po’, una briciola, a passarvi il dubbio, che metagame è una brutta parola, che non dobbiamo piú usarla. E pensiamo che anche gli altri abbiano qualcosa di bello da dire sulla storia, non solo noi. Abbiamo diritto a giocare con menti pensanti, ce lo meritiamo! Ma lasciamole pensare.