Lupi Mannari: I Rinnegati :: Denver, martedì 8 maggio 2007/mercoledì 9 maggio 2007/giovedì 10 maggio 2007

PIRIPÍ, PIRIPÍ, PIRIPÍ... Cosí comincia la giornata per Corvo, tutte le mattine: con l’incessante e fastidioso pigolio della sveglia che segna, col suo modo stilizzato, le 6:30 AM. Per Freccia e me, è difficile non sentire questo brusio, specie dal momento che io dormo nei panni dell’Urhan, che rende piú forte il mio udito di cinque volte, rispetto a quello delle pecore umane. È un meccanismo di autodifesa: se un nemico entra in prossimità della tua tana, l’unico modo che hai per sentirlo avvicinare, anche quando dormi, è indossare i panni del lupo. Molti Uratha questo non lo capiscono, e continuano ad indossare la debole ed impacciata pelle delle pecore, per aggirarsi nelle profondità della natura e dei covi dei nemici di Padre Lupo; ma, l’unico modo che abbiamo per entrare in contatto col paradiso perduto di Pangea, è metterci sulle quattro zampe; ululare al volto cangiante di nostra madre, lassù; cacciare le prede che si nascondono nei boschi, spaurite dalla nostra presenza, e fare a gara col falco pellegrino, quando dai monti viene alla valle, forte del vento, e batterlo sul suo stesso campo – la velocità -; perché noi siamo gli Uratha, i viaggiatori tra i due mondi, i guardiani del Guanto, i figli di un re-cacciatore trucidato dalla mano della sua stessa stirpe maledetta, insanguinata dal marchio della Furia.
Quanto a me e Freccia ed al rapporto con la sveglia di Corvo, proprio non abbiamo potuto fare a meno di ignorare il suo richiamo che – alla stregua di quello della foresta, del celebre romanzo di Jack London – si diffondeva per tutta casa, insieme all’aroma del caffè, preparato da me – cuoco e guerriero del branco – tutte le mattine in cui le mie ferite di battaglia non mi costringono a rimanere nel giaciglio oltre il tempo necessario alle membra per ritemprarsi e rinnovarsi nel vigore. Dopo la colazione, di buon mattino, mentre Corvo era già uscito di casa, ho deciso di seguire Freccia in forma Urhan, mentre lui faceva jogging nel parco: allenarsi va bene – lo capisco – ma, se proprio bisogna farlo, non vedo perché non lo si faccia nella forma piú adatta a quell’attività delle cinque che ci sono state concesse da Luna, la nostra cangiante madre. Il ritorno all’officina, usata da Freccia per la riparazione e la modifica delle moto, ha visto un nostro piú marziale allenamento, facendo uso del punching-ball che pende in un angolo.
La giornata è passata veloce, fino ad un importante avvenimento che mi ha coinvolto nel pomeriggio: stavo leggendo il giornale, come al solito, non tanto per acquisire le noiose ed inutili notizie riguardo al gregge, quanto per continuare a cercare un lavoro decente, quando sono riuscito a trovare il genere di impiego che mi avrebbe fatto piacere accettare: si trattava di un lavoro come custode del parco sotto casa – Sloan Lake Park – dalle 8 AM alle 8 PM, con pausa pranzo dalle 12 AM alle 2 PM e stipendio per un totale di 1500 € mensili. Non sapendo se la proposta fosse buona, ho chiesto a Freccia, che mi ha consigliato di accettare un simile lavoro: ben retribuito e che mi avrebbe permesso di controllare il locus da vicino, per almeno dodici ore al giorno. Ho chiamato, aiutato da Freccia, il numero telefonico che era presente sull’annuncio, fissando un colloquio per le 7 PM, presso il gabbiotto del custode all’ingresso del parco; una zona che, oramai, conosco come le mie tasche come, del resto, il parco nella sua interezza: questo accade ad essere un Uratha ed ad avere il locus che si è reclamato come proprio in un parco cittadino.
Il mio entusiasmo è stato in parte scalzato qualche ora dopo, quando – mentre mi stavo agghindando in giacca a cravatta, come fanno stupidamente i visi pallidi umani (ma, per le tutte le penne del corvo invernale, come diamine faranno a mettersi quei ridicoli pezzi di stoffa addosso?!), con l’aiuto di Corvo, nel frattempo tornato dal lavoro - sono venuto a conoscenza, dal notiziario della CNN, che il precedente custode del parco è stato trovato morto; questo voleva sicuramente dire che avrei dovuto darmi da fare fin da subito, perché mi risultava difficile credere che la sua morte fosse stata del tutto accidentale, come voleva farci credere bonariamente la scatola infernale; ma io non mi fido mai degli strumenti dell’uomo bianco: sono malvagi, mendaci e subdoli, come le promesse non mantenute che il Grande Padre fece ai miei avi.
Ho chiesto a Corvo di accompagnarmi al parco, in quanto non mi faceva piacere andare da solo in mezzo alla gente, specie perché non mi era mai capitato di recarmi ad un colloquio di lavoro e perché, alla riserva, avevo interagito sempre e solo con i miei consanguinei Arapaho e con i nobili lupi delle Montagne Rocciose: non mi piace la città dell’uomo, ma questo credo che si sia già capito; essa non può nulla davanti al grande spirito del tuono che impera sul Long’s Peak.
Siamo giunti al gabbiotto del custode del parco per le 7 PM spaccate; dopo aver bussato alla porta ed essere stati invitati ad entrare, abbiamo fatto la conoscenza di uno stupendo esemplare di femmina umana in età riproduttiva, che – per dir la verità – all’inizio non aveva attirato piú di tanto le mie attenzioni: si trattava di una giovane donna, troppo anziana per aver vent’anni, ma anche troppo giovane per averne trenta; il suo abbigliamento era sobrio, secondo i canoni umani; gli occhi ed i capelli erano di un castano profondo ed intenso, di quel castano che spacca i cuori di molti uomini. Era di una bellezza inimmaginabile, assimilabile a quella delle lupe delle foreste canadesi che spesso vedo nei documentari del Geographic Channel, ma – come ho detto - lí per lí, non mi aveva mosso particolare entusiasmo; il controllo è una cosa fondamentale, per un Iminir: senza di esso siamo come gli Artigli Sanguinari quando si lanciano alla carica senza ritegno per la potenza e l’astuzia del nemico: stupidi cani da macello.
Durante tutto il colloquio, la tipa continuava ad imbottirmi di domande che non comprendevo bene: cose del tipo se avevo già lavorato come custode ed altre richieste ancora piú assurde, tanto assurde che non me le ricordo bene. Mi chiedo a che cosa servano questi colloqui di lavoro; dalle mie parti, quando qualcuno sa fare qualcosa, la fa e basta; perché mai bisognerà dirlo a qualcuno? Metti, poi, che uno se le inventa le cose che sa fare, come fanno a capirlo? Non li capisco proprio questi umani.
Stava andando tutto mediamente male, quando la segretaria comincia a farmi delle domande di altro tipo, di cui – all’inizio – non capivo bene l’attinenza col contesto della conversazione: mi chiedeva se quella sera fossi stato libero. Ma che razza di domande!? Certo che non ero libero: avevo promesso al mio compagno di branco Corvo-Occhio-di-Morte che avrei giocato con lui alla Playstation. E, poi, cosa diamine c’entrava questa domanda? Le ho detto che non ero libero, per il suddetto motivo, e lei ha cominciato a guardarmi come se fossi un deficiente: non nascondo che la cosa stava cominciando a darmi sui nervi, e nessuno di solito vuole che a me comincino a saltare i freni, altrimenti sono cazzi per tutti.
La situazione stava cominciando a diventare pesante ed imbarazzante, quando Corvo mi ha dato una gomitata, per attirare la mia attenzione, e mi ha detto sottovoce che, probabilmente, la donna era interessata a me. Cazzarola! Lo spirito del fulmine sarebbe stato meno veloce ad insinuarmi nella mente il dubbio che stesse per accadermi uno di quegli episodi che gli uomini chiamano “avance”, “corruzione” o “raccomandazione”. Il senso di quelle parole mi è, tuttavia, chiarissimo: concetti poco onorevoli per un Iminir che dovrebbe andare avanti senza troppi aiuti illeciti, anche se mio nonno diceva anche che un Iminir deve sfruttare la sua astuzia, come Avian “Denti Aguzzi”, il grande Irraka delle leggende del mio clan. Morale della favola, proprio allora ho cominciato a squadrare la tipa da capo a piedi, tutto in una manciata di secondi. Risultato? Un bel bocconcino di donna, non c’è che dire. Rimaneva un ultimo problema da sistemare: non potevo mollare il mio amico Corvo a casa a giocare da solo; l’onore vuole che si rispettino gli impegni. Qua ci ha pensato lui a venirmi incontro, accortosi che lo guardavo come a cercare una licenza: mi disse che era meglio per me se avessi accettato, nessun rancore per la mancata partita, che avremmo rimandato ad un’altra volta. Non aspettavo di meglio per levarmi da quella situazione assurda: ho accettato l’invito della tipa ad uscire; appuntamento al Domino’s Pizza per le 9 PM in tenuta casual, sotto mia richiesta (non devo ripetere che, in quegli abiti, mi sentivo un pagliaccio). Il colloquio di lavoro termina quando la tipa, il cui nome è piuttosto bizzarro: Charliene De Veraux, mi comunica che sono stato assunto come guardiano del parco.
Io e Corvo siamo tornati a casa non trovando alcuna traccia di Freccia, se non un corto messaggio chirografico, che ci avvertiva di non aspettarlo perché era andato a correre nelle sue gare clandestine, sulla Road 25, a nord di Denver. Mentre Corvo si è messo a fare le sue solite ricerche in rete, io ho pensato a cucinare, come mio solito, prima di uscire per andare a mangiare con Charliene. Corvo è stato cosí gentile da prestarmi, di sua iniziativa, perfino il denaro per mangiare, con la promessa che gliel’avrei restituito, una volta cominciato a lavorare.
Alle 9 PM, Charliene era sotto il Domino’s Pizza in abiti informali e coi capelli sciolti, come quelli delle giovani donne che vedevo alla riserva: davvero una donna bellissima. Siamo entrati, abbiamo mangiato e parlato per ore, nelle quali sono venuto a conoscenza di molte cose riguardo alla sua vita: è originaria del Mississipi, ma ha lasciato quello stato per l’insorgere di alcuni problemi con la sua famiglia, di cui ho capito non essere particolarmente incline a parlare, per questo ho lasciato cadere il discorso su di me e mi sono inventato un paio di verità camuffate sul perché mi trovi a Denver e non piú con la mia famiglia, nella mia riserva (mi dispiace raccontarle frottole, ma ricordate che “il gregge non deve sapere”!). Rapidamente abbiamo deciso di consumare la pizza a Sloan Lake Park, non molto lontano, dove una panchina d’acciaio, colorata di smalto verde, sembrava fare a caso nostro. Dare un’occhiata all’Ombra mi è sembrata cosa scontata, dal momento che, con le ultime sorprese che sono successe, non mi sarei stupito di trovare una schiera di Azlu che incombevano su di noi dall’altra parte del Guanto, la qual cosa mi avrebbe fatto alquanto incazzare. Per fortuna, non c’era traccia di spirito alcuno.
Sembrava andare tutto per il meglio quando, dalla stessa direzione di pochi giorni prima, ha fatto capolino il solito gruppetto di ragazzotti che giocano a fare i bulli alternativi. Sfortunatamente, era presente quello a cui avevo già rotto il naso; la cosa veramente patetica e stupida, da parte loro, è stata quella di commettere nuovamente l’errore di sfottermi; stavolta, però, l’errore è stato triplo: non sono odio essere offeso, specie per la mia gloriosa origine di nativo americano; inoltre, ero in dolce compagnia e, come se non bastasse, avevo anche fatto di tutto per evitare di pestarli nuovamente a sangue, chiedendo a Charliene di cambiare panchina, prima che questi bulletti ci raggiungessero ed io fossi stato costretto a difendermi. Non sono stupido: sapevo che in cinque contro uno sarebbe stata dura anche per un guerriero Uratha, non volevo fare la figura di colui che somministra violenza gratuita ed eccessiva di fronte a Charliene; in piú, ogni lupo ha a cuore, come prima cosa, la difesa della sua compagna e, anche se Charliene non era la mia compagna, per i Luni che amministrano e concedono i simboli dell’onore, avrebbe fatto poca differenza, se avessi permesso che ella venisse ferita a causa di una mia negligenza. Insomma, ce l’avevo davvero messa tutta per cercare di evitare lo scontro (nel caso fossi stato costretto a fronteggiarli, avrei mirato ad impressionarli e a farli scappare in preda al terrore, un terrore primordiale); peccato che a volte le stelle non siano propizie nemmeno ai figli degli Arapaho, perché essi mi hanno riconosciuto – solo uno stupido potrebbe non riconoscere il mio aspetto, singolare per l’uomo bianco – ed hanno malauguratamente cominciato a prendersi gioco del mio lignaggio. Ecco il tasto dolente! A nulla sono valsi i tentativi di sopire il mio orgoglio, ed il mio spirito ne è tuttora felice, nonostante le dolorose – per il corpo e per lo spirito - conseguenze dell’aver intrapreso quella strada.
Ho detto a Charliene di fuggire e che ci saremmo visti il giorno dopo a lavoro; lei cominciò a correre verso l’uscita, io mi sono girato di scatto ed uno di questi cinque cazzoni fa esplodere un colpo dei pistola, della cui presenza non avevo neppure il sospetto, che mi passa a pochi centimetri dalla faccia. Mi stavo davvero incazzando e nella mente mi balenavano oscuri suggerimenti su dove mettergli quella pistola, nel caso fosse riuscito a colpirmi, prima o poi. Una cosa era certa: dovevo chiamare l’alleanza degli spiriti della nebbia per sconfiggere il mio nemico, e fu quello che feci. Senza la visibilità chiara che c’era prima, la pistola sarebbe diventata praticamente inutile, se non a cortissima distanza; inoltre io avrei potuto vederli e combatterli, avendo la meglio di loro, anche trovandomi in netta minoranza numerica. La cosa sembrava funzionare, specie perché, approfittando del momento di confusione, sono riuscito a spaccare il braccio al bullo che teneva la pistola, di modo che l’arma diventasse decisamente inutilizzabile. La cosa, inoltre, ebbe un profondo potere intimidatorio sui suoi compagni che, sinceramente, non avevo alcuna intenzione di riempire di botte fino allo spasmo.
Nel frattempo, mi sono accorto dell’arrivo di Corvo sulla scena della rissa, probabilmente attirato dal rumore degli spari (la nostra casa dà sulla strada dove sta l’ingresso principale del parco); insieme abbiamo avuto abbastanza facilmente la meglio sulla maggior parte dei ragazzotti. Molti erano stati messi in fuga dai miei colpi possenti e dai miei gesti intimidatori, uno solo permaneva di fronte a Corvo e non voleva saperne di andarsene. Io, a mia volta, ne avevo prese non poche, perché mi ero trovato a fronteggiarne la maggior parte da solo e, sebbene i miei pugni fossero tremendi, la mia difesa stentava ad affermarsi. Per questo, quando andai ferito contro l’avversario di Corvo, che era indenne e soprattutto quello di piú grossa corporatura, feci appena a tempo a fargli sentire del male a suon di botte, che anche lui trovò facile il lavoro su di me, già provato da pugni e pugni dei suoi compagni: sentivo la Furia Mortale che mi bussava alla porta del cuore ma, deciso a farla finita con lui, lanciai un ululato di resistenza nella mia mente, per comandare al cuore di stare cheto. Inutile fu il mio appello, e la mia preghiera inascoltata: la mentalità della volpe vigliacca comandava al mio corpo per me, e l’ordine era quello di fuggire davanti ad un potere cosí misero.
Presa la forma della Furia, governata dall’istinto della fuga, il corpulento umano fu preso dal terrore e cominciò a darsi alla fuga, ma feci a malapena a percepire il suo gesto di fuga che anch’io presi la strada opposta alla sua, passando, noncurante dei danni che stavo involontariamente recando, tra gli alberi e le siepi del parco.
Sono dovuto fuggire per alcune centinaia di metri, prima di riacquistare, tra me e me, la ragione: un’onta di vergogna macchiava il mio onore, un’onta che andava mondata nella purezza del selvaggio contatto con la natura. Prendendo la pelle del lupo, mi lasciai catturare dallo sguardo della luna crescente e le gettai un ululato di domanda: «Perché!?». Il mio lamento era tale che pareva quello che lanciò Lupo Invernale per lagnarsi della morte di Padre Lupo; ma la storia di Lupo Invernale deve essere d’esempio per tutti gli Uratha: egli, gettato un lamento di debolezza, si accorse che il branco era senza capo e che lui era l’unico che poteva prendere quella posizione. Al branco non occorre un capo debole e che mostri tali debolezze; quelle, il capobranco, se pur ne ha, se le tenga per sé e lanci, ai suoi lupi, solo ululati di sprono ed incoraggiamento.
Cosí feci io, seguendo le orme del mio progenitore spirituale, una volta terminata la mia veloce scampagnata sui monti a nord-ovest di Denver; tornai alla città dell’uomo bianco per prendere il ruolo che Madre Luna mi aveva assegnato nel mio branco, senza piú debolezza alcuna ma, anzi, riforgiato dagli errori del passato, proprio come Lupo Invernale negli eoni prima di me.
Ma, prima di tornare alla mia tana, c’era ancora una cosa che dovevo fare: premurarmi che Charliene fosse tornata sana e salva a casa sua; per questo sono tornato sino a Sloan Lake Park ed ho seguito le sue tracce fino a casa sua, dove il mio istinto primordiale, misto alle altre mie primeve percezioni, mi hanno confermato che ella fosse tornata presso la sua abitazione.
Fatto questo, sono tornato a casa, molto vicina sia al parco che alla dimora di Charliene; ad aspettarmi, verso le 3 AM ormai di mercoledì 9 maggio 2007, c’era Freccia. Abbiamo parlato dei fatti accaduti nella notte: lui, andato a quella gara clandestina di moto, era stato soggetto ad un attacco in massa, da parte delle Azlu, che avevano fatto strage di tutti i gareggianti tranne lui; neanche a farlo apposta, ha trovato un fortuito alleato in un umano palestrato ed abbastanza guerrafondaio, che debellava le Azlu a suon di pallettoni grossi di mitragliatori e fucili automatici; il suo “nome” era Joker, e manifestava una grande passione per le carte francesi, tanto che ne aveva lasciata una, come una specie di firma stravagante, sul suolo dove si era appena compiuta l’ecatombe. Entrambi eravamo d’accordo sul fatto che questa sorta di cacciatore di mostri avrebbe potuto esserci utile nella guerra, per ora silenziosa ed ipotetica, contro i vampiri di Denver. Ottenuta questa constatazione, siamo andati a riporre le nostre stanche membra nei rispettivi letti, dal momento che, la mattina dopo, mi avrebbe aspettato il mio primo giorno lavorativo come custode di Sloan Lake Park.
La sveglia era suonata con un certo anticipo, lasciandomi nient’altro che poche ore di sonno alle spalle, alle 6:30 AM. Dopo essermi preparato, sono andato al parco, spaccando il secondo, per l’inizio del turno alle 7 AM, presso il gabbiotto del custode. Prima di uscire di casa, un veloce resoconto del notiziario della CNN parlava di entrambi i misfatti in cui ci siamo implicati la sera prima: la rissa al parco ed il massacro alla corsa clandestina.
Appena arrivato sul posto di lavoro, ho trovato Charliene ad aspettarmi: sembrava molto sollevata nel rivedermi vivo e vegeto. Deve solamente ringraziare il nostro sistema immunitario potenziato che è, in termini scientifici, quello che i piú poetici tra noi chiamano la benedizione di Madre Luna o la possenza di Padre Lupo.
Devo ammettere che questo lavoro, tutto sommato, non è per niente male: bisogna continuare a fare giri per il parco, che è abbastanza grosso – anche se impallidisce davanti alle dimensioni delle foreste della riserva -, per tutto il giorno, fino ad ora di pranzo; fare una pausa e poi riprendere fino a sera. In tutto questo tempo, ho anche la possibilità di passare numerose volte davanti alla fontana, centro del locus, e premurarmi che le cose vadano per il meglio.
Alle 12 AM avevo appuntamento con Charliene, per andare a mangiare assieme in mensa; ella voleva sapere come avessi fatto, la sera prima, a cavarmela contro quei pusillamini; io sono rimasto sul vago, anche se non ho evitato di fare riferimento alla mia abilità nel combattimento. Lei sembrava abbastanza impressionata, e la cosa cominciava a piacermi. Stava andando tutto tranquillamente, se non fosse che Charliene ha preso a baciarmi ripetutamente sulla bocca. Non mi era mai successa una cosa del genere, né alla riserva né altrove; non che mi dispiacesse, anzi. Mio nonno, quand’ero piú ragazzo che uomo, mi parlava dei tempi antichi, quando i giovani e le giovani Arapaho usavano sposarsi molto giovani, poco dopo il menarca; ma ora i tempi sono molto cambiati e per un nativo adulto è difficile trovar moglie prima dei trentacinque anni.
All’inizio non avevo ben capito dove volesse arrivare con quel gesto, e glielo chiesi esplicitamente. Lei sembrava un poco meravigliata da questa domanda – sarà poi cosí bislacca? -, ma continuò a baciarmi; al che, io collegai la cosa e le chiesi di baciarmi di nuovo, ad essere sincero non capendo bene il motivo di questo gesto: i lupi non lo fanno ed, in definitiva, è un gesto piuttosto bizzarro che l’uomo compie. Alla fine della pausa pranzo, sembrava che lei ci avesse preso gusto e, per la verità, ci avevo preso gusto anche io, tanto che ogni scusa era buona per attaccarsi come due ventose. Mi è piú volte capitato di vedere, nei film o telefilm, delle scene del genere, che mi avevano spesso incuriosito, lasciato con l’amaro in bocca e con un senso del patetico, riguardo a questo gesto tanto umano. Cominciavo a chiedermi se anche mamma e papà usassero scambiarsi affetto a questo modo, prima che lui morisse; ma, in fondo, cosí doveva essere: mia madre era pur sempre un’umana ed essi, a quanto pare, fanno tutti cosí. Chissà se, dall’altra parte del mondo, ci sono popoli e culture, diversi da quelli dell’uomo bianco, come lo è quella dei nativi americani, che praticano altre usanze in materia di scambio di affetti?
Alle 8:15 PM, dopo la fine del turno serale, ero già a casa con Freccia, mentre Corvo doveva ancora rincasare dal lavoro. Neanche a farlo apposta, mi sono trovato ad aprire la porta a due della polizia: cercavano il signor Scott Gray; quel minorato mentale di Freccia doveva averne combinata un’altra delle sue! Dopo la raccomandazione di non fare del male al mio amico (la polizia americana ha una pessima reputazione, specie tra noi nativi delle riserve, in quanto a soprusi ed utilizzo sconsiderato ed intimidatorio della forza) ed aver aspettato una loro sconcertata rassicurazione, li ho accompagnati nell’officina di Freccia. Quando siamo entrati, non si è accorto di nulla, perché la musica, tenuta sempre ad altissimo volume, gli comprometteva la capacità uditiva. Una cosa è certa: se fossi stato in forma Urhan mi si sarebbero rotti i timpani, fortuna che il nostro fattore rigenerante avrebbe fatto in pochi secondi il suo lavoro. Spento lo stereo, gli ho comunicato che c’erano due suoi “amici” che lo cercavano, lanciandogli uno sguardo di maliziosa intesa, come a significargli: «se si mette male, conta pure su di me». Ero abbastanza lontano della scena da non capire appieno il senso del discorso, se non che Freccia aveva perso la sua targa, plausibilmente durante la gara la sera prima; non ho minimamente percepito le scuse che ha tirato fuori per giustificarsi, ma hanno funzionato, dal momento che, pochi minuti dopo, la polizia non era piú in casa. Prima che finissero di parlargli, io mi sono congedato da loro, perché dovevo andare a cucinare in tutta fretta, siccome dopo mi aspettava un appuntamento serale con Charliene, preso poche ore prima a lavoro.
Mentre salivo di sopra, ho incrociato Corvo, che mi ha chiesto cosa fosse successo e cosa ci facesse la polizia dentro casa, al che io gli ho detto delle imprese da biker di Freccia e delle sue targhe irresponsabilmente smarrite. Pochi minuti dopo che avevo cucinato, ci ha raggiunti anche Freccia che, meravigliato del fatto che non mi fermassi con loro a mangiare, me ne ha chiesto le ragioni. Dovete sapere che, per noi Uratha conservatori, viene considerato un gesto gravemente offensivo nei confronti del branco il fatto che i pasti non si consumino insieme e che si dorma fuori tana perché, appunto, siamo animali da branco, e la nostra fedeltà prima va al branco; per il branco la nostra vita, il nostro onore, la nostra gloria. Mio nonno spesso mi raccontava dei tempi antichi, quando lottavamo con gli spiriti ancestrali e potenti delle nostre terre paterne, prima che ci venissero rubate dall’uomo bianco e, non di rado, ad un branco morivano tutti i membri tranne uno e questo si sentiva moralmente obbligato o a suicidarsi o a cercare la morte in battaglia, lanciandosi da solo, noncurante del pericolo, tra le braccia di schiere e schiere di spiriti malevoli. Ad essere sincero, trovo questo comportamento stupido: invece di piangersi addosso, sarebbe stato piú onorevole per l’Uratha superstite trovare un nuovo branco e dare man forte ad altri del Popolo. Una morte senza scopo è morte insensata, e noi abbiamo troppi scopi da portare a termine, per permetterci di morire in maniera insensata.
Ecco, se è vero che non giustifico il comportamento di sopra, è pur vero che mentire ad un compagno di branco significa tradirlo, in un certo senso. Questa è la ragione del perché ho spiegato a Freccia che dovevo uscire con una ragazza. Non l’avessi mai fatto! Ha cominciato a saltarmi addosso, tutto entusiasta, a stropicciarmi i capelli e a battermi con le mani, come fanno i cuccioli di lupo quando giocano. È un comportamento che non posso proprio sopportare: lede l’imponenza di noi Iminir. Dopo averlo pregato piú volte di smetterla, gentilmente e meno gentilmente, finalmente l’ha smessa. A quel punto abbiamo deciso il da farsi per la sera: loro due avrebbero cercato la casa di Fergusson; mentre io, dopo essere uscito per poco tempo con Charliene (le avevo già detto che sarei dovuto tornarmene a casa ad ora presta), li avrei raggiunti. Unico strumento per tenerci in collegamento era il cellulare di Freccia, che lui mi ha gentilmente prestato, dal momento che io non ne ho uno mio. Trabiccoli infernali! Non capisco cosa se ne faccia un lupo mannaro come noi di quei cosi inutili: nei tempi passati, quando il falco pellegrino volava sulle pianure immacolate della nostra terra, un giovane Uratha aveva nella potenza del suo ululato lo strumento per raggiungere miglia e miglia di distanza e, cosí, comunicare con i suoi compagni di branco anche a molta distanza e con immediata velocità. Chi ha detto che la tecnologia ci è indispensabile? Forse Freccia? Dal mio punto di vista, essa ci ha solo fatto rammollire e rincitrullire, laddove prima si usavano i muscoli ed il cervello; ora, invece, l’umanità tutta si atrofizza, grazie all’ausilio di quelle macchine, e l’ora della fine del genere umano e, forse, anche di noi Uratha, si avvicina piú che mai.
Mi sono incontrato con Charliene, in prima serata, e siamo andati a mangiare assieme; questa volta ha insistito per pagare lei, dal momento che la volta prima avevo offerto io, su consiglio di Corvo. Per esser sincero, tutte queste inibizioni sociali non le capisco proprio: quando ho vissuto con i lupi delle Montagne Rocciose, tra di loro il maschio si cibava prima della femmina e la caccia era sempre sua.
Dopo la cena, siamo andati a fare la solita passeggiata al parco, con tanto di effusioni e sbaciucchiamenti del caso, disturbate dalla vibrazione del cellulare di Freccia, al quale ho deciso di non rispondere, per non rompere l’atmosfera che si era creata. Dopo un po’ che eravamo là, a Charliene è balenata l’idea di invitarmi a passare la notte a casa sua, con tutte le implicazioni sessuali del caso, come almeno mi è parso chiaramente di capire. Dal momento che, avere una compagna, ad un lupo serve essenzialmente per riprodursi, non era davvero il caso di rifiutarsi, anzi, si doveva cogliere l’occasione al balzo. Non sto a descrivervi cosa è successo quando siamo arrivati a casa sua, questo perché anche i meno perspicaci di voi l’avranno già capito da qualche riga sopra; dico solo che era certamente la prima volta che mi capitasse di accoppiarmi con una donna (non che mi fossi, prima d’allora, mai accoppiato con una lupa, mio nonno me lo aveva espressamente proibito, nonostante il Giuramento della Luna non dica nulla di esplicito a riguardo), mentre era palese che ella si fosse già accoppiata con qualche uomo. L’atto in sé, sono sicuro di averlo chiaramente percepito, aveva in sé qualcosa di tremendamente selvaggio e primordiale, non so se dipendesse unicamente da me o dal fatto che Charliene possa essere una sangue di lupo – cosa che, prima d’allora, non mi era mai balenata per la testa – o, semplicemente, una partner sessuale ideale per un giovane lupo mannaro. Che io sappia, non c’è modo, se non l’esperienza e la continuata frequentazione, affinché uno del Popolo riesca a capire se l’umano davanti a lui contenga una parte di sangue di Padre Lupo abbastanza sostanziosa da farne un sangue di lupo; forse con l’aiuto degli spiriti... ma sto ancora perfezionando l’arte del parlare nel Primo Idioma, il che non mi rende facile comunicare con gli spiriti, specie quelli dei concetti piú astratti.
Tornando all’atto dell’accoppiamento in sé, tutto sommato è stato fulminante; la mia mente, pensando ad esso, resuscita il ricordo del il mio rito di iniziazione tribale, mentre ero appeso, con gli artigli del Dalu, sulle pendici del Long’s Peak, quando i figli maggiori del grande spirito del tuono mi schernivano e mi ferivano le zampe, per farmi cadere; io gettai un ululato di rabbia e ripresi la salita piú forte e veloce di prima; fu allora che il grande spirito del tuono stesso gettò, di rimando, il suo tremendo ruggito, comandando ai suoi figli di lasciarmi salire perché ne ero meritevole. La potenza del suo suono fu tale che il cielo stesso si squarciò nel suo fitto strato di nubi nere e lasciò, per pochi istanti, intravedere uno spiraglio di luce del sole: era simbolicamente la possibilità che mi si dava di salire al Locus delle Tempeste, ed io non avevo intenzione di sprecarla. Simile a quel ruggito, ed a quello che ne conseguí, fu l’atto dell’accoppiarsi con la dolce e bella Charliene, tantopiú che nessuno di noi due prese precauzioni, come gli umani sono soliti fare in questi casi. Ecco perché la metafora del mio rito di iniziazione tribale calza cosí a modo: non era nemmeno finita l’eccitazione per il successo trionfale che già pregustavo il peso delle conseguenze delle mie azioni; allora sul Long’s Peak, quando il successo equivaleva al peso del patrocinio della tribú sulle mie spalle; cosí con Charliene, perché con quel gesto avevo accettato ufficialmente di avere una compagna, con tutto quello che ne consegue: la protezione che è dovuta a lei e ad eventuali nostri figli, la fedeltà che ogni lupo tributa alla sua compagna, fino alla morte di uno dei due, e tutto il resto che contribuisce, nella cultura degli indiani Arapaho, a fare di un guerriero un grande padre e marito.
Dopo la fine dell’atto in senso stretto, ella mi mordeva ferinamente le orecchie, al che io istintivamente ho ringhiato, lasciandola perplessa; ho dovuto giustificarmi dicendo che anche i miei fratelli lo facevano e che trovavo la cosa fastidiosa, il che in parte è vero: quando ho vissuto tra i lupi non di rado, quando giocavo coi cuccioli, mi capitava e mi dava molto fastidio. Quanto a Charliene, le ho concesso di farlo pure, ma solo a lei ed a nessun altro. La sua faccia era ancora turbata dall’aneddoto sui costumi dei miei “fratelli” che io le ho detto che, prima, mi avevano chiamato i miei amici al cellulare che mi avevano lasciato per le emergenze (ci ho tenuto a precisarlo, siccome lei sa bene che non faccio uso di cellulari, e poteva sembrare che l’avessi tenuta all’oscuro della cosa, se non avessi precisato che si trattava di un prestito) e che, se mi avevano chiamato, qualcosa era pur dovuto succedere di abbastanza grave da richiedere la mia presenza. Per questo mi sono congedato da lei con un caloroso bacio; ho chiamato Corvo, che mi ha detto che lui e Freccia stavano per entrare nella sezione di metropolitana dove eravamo giunti io e Freccia due sere prima, alla ricerca del vampiro che amava occultarsi, al seguito del quale si erano messi una volta scoperto che la casa di Fergusson era talmente sorvegliata da renderne impossibile qualunque entrata di soppiatto. Messo giú il telefono, ho indossato il manto del lupo e li ho raggiunti di corsa alla fermata in questione.
Quando sono arrivato, ho trovato solo Corvo ad aspettarmi e sono da lui venuto a conoscenza del fatto che Freccia fosse sceso da solo ad ispezionare i cunicoli abbandonati della metropolitana. Pessima idea, per almeno due ragioni: la prima è che il branco deve stare unito, sempre e per principio; la seconda è che, cosí facendo, non rimedierà altro che una morte rapida e solitaria. Dal momento che avevo un brutto presentimento, ho spronato Corvo a correre incessantemente incontro a Freccia, di modo di raggiungerlo prima che succedesse qualcosa di spiacevole.
Appena entrati nella metropolitana, entrambi nella forma Urshul, per correre piú veloce, abbiamo sentito il rumore di Freccia trascinato via e di una sibilante Azlu, probabilmente autrice del suo “rapimento”. L’idea originale era quella di fiondarci nella direzione dalla quale provenivano i suoni, e cosí abbiamo fatto, non appena ci siamo resi conto di essere circondati da un certo numero di Azlu, provenienti dalla parte opposta a quella dove Freccia era plausibilmente scomparso. Lo scopo della corsa era quello di raggiungere Freccia per fare fronte compatto.Arrivati ad un certo punto del tunnel, abbiamo visto un foro nella pavimentazione, con sopra un portellone aperto: l’unica via per scendere nel condotto cilindrico verticale al di sotto di esso, oltre il quale si era plausibilmente eclissato Freccia che portava, probabilmente, dalla metropolitana alle fogne, oppure ad un livello ancora piú basso della metropolitana. Altro non c’era da fare se non combattere contro le nostre spregevoli avversarie: tre in tutto, perché in forma Urshul non era per nulla possibile passare attraverso un condotto tanto stretto.
Dopo aver entrambi scatenato la Furia – la forma Gauru – ci siamo lanciati in un crudele attacco nei confronti delle bestie: Corvo non se l’è cavata niente male (se non altro non mi è stato d’impiccio), anche se ho dovuto dargli una buona mano, facendo anche uno “scambio di Azlu”, per cosí dire, una volta che, uccisa la prima, avevo ferito malamente la seconda, mentre la Azlu di Corvo era ancora praticamente indenne. Finita la carica della Furia, il ritorno alla forma del predatore preistorico ha reso abbastanza facile sbarazzarsi delle putride Schiere dei Ragni. Poco prima che uccidessimo l’ultima di quelle maledette, sfortunatamente ella riuscí nel suo intendo di chiudere il portellone del condotto scavato nel terreno sotto di noi, tagliando definitivamente fuori Freccia.
Le abbiamo provate tutte per cercare di sfondare quel portellone di metallo pesante: a nulla sono valse le possenti zanne dell’Urshul, e nemmeno la combinazione della forza mia e di Corvo assieme. Mentre stavamo ancora dannandoci con quella chiusura a pressione, abbiamo udito chiaramente provenire, dalla stessa direzione di prima,il suono delle zampe di almeno dieci Azlu; se contro tre avevamo avuto la meglio, pensare di ottenere lo stesso risultato contro dieci di esse sarebbe stata, certo, un’opera o di suicidio o di pura follia.
La nostra corsa è continuata all’impazzata lungo il tunnel finché, dalla parte verso la quale stavamo muovendoci, è emerso un mezzo motorizzato, simile ad un grosso carro armato pesantemente corazzato. Non avevamo né il tempo di metterci ad affrontare questa nuova insidia né le possibilità di neutralizzarla, per questo ho detto a Corvo di proseguire oltre, saltando sopra al mezzo corazzato ed ignorandolo completamente, per tutto il resto. Dopo pochi secondi che avevamo superato il mezzo, abbiamo sentito un fruscio, come di due parti di metallo che sfregano tra loro e, subito dopo, il fragore di una pioggia di proiettili alle nostre spalle. Ci siamo girati, per vedere cosa accadesse, scoprendo che dal blindato erano scesi alcuni uomini che stavano mitragliando la schiera di Azlu lanciata al nostro inseguimento, forti del supporto del mitragliatore automatico, montato sulla torretta del blindo corazzato.
In pochi istanti abbiamo deciso di tornare indietro a dar loro manforte, cosa di cui ebbero bisogno quando la torretta finí i proiettili e, nel tempo necessario per cambiare il nastro di munizioni, un’Azlu trovò il modo di entrare nell’area non bersagliata e di ferire gravemente uno dei loro; al che, celermente, io e Corvo l’abbiamo finita, salvando la vita al soldato che, nonostante la gravissima ferita, era ancora in piedi. Difatti, quegli umani mostravano una forza ed una resistenza sovrumana, quasi come se fossero modificati geneticamente, oppure potenziati mediante delle trovate tecnologiche che tanto galvanizzerebbero Freccia; ma non mi è possibile dirlo con precisione e, magari, si trattava solo di un’impressione.
Alla fine della sparatoria, io e Corvo, presa la forma Dalu, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con quello che sembrava guidare quell’allegra combriccola di scalmanati: il suo nome, a suo dire, era King; se due piú due fa quattro, questo King doveva essere collegato in qualche modo a quel Joker di cui aveva parlato Freccia: entrambi sembravano avere un’irrefrenabile passione, almeno nel nome, per le carte da gioco francesi. Difatti abbiamo scoperto che erano legati per davvero: una sorta di associazione di combattenti per la liberazione del mondo dai “mostri”, o come diamine li chiamano - ci chiamano - loro. Dico questo perché, a quanto pare, l’unica cosa che li ha trattenuti dal riservarci lo stesso trattamento che hanno riservato alle Azlu è il fatto che noi – come anche loro - combattevamo contro di esse; per il resto, tutti gli altri guerrafondai che lo accompagnavano sembravano avere un certo timore nei nostri confronti, misto ad una diffidenza di fondo (lo stesso, tutto sommato, era quello che noi provavamo nei loro confronti). Teste di cazzo! Pensano forse di essere dei grandi guerrieri imbracciando quei fucili automatici in mano e stampandosi quel sorriso da “io sono un duro senza paura” sulla faccia? Se anche la metà di loro si fossero scagliati contro di me, mentre ero in forma umana, ne avrei ammazzati la metà con un colpo solo, gli altri li avrei finiti lentamente, solo per dargli una dolorosa e dilazionata lezione di vita.
Il punto non era questo, comunque: a noi faceva comodo il loro aiuto e lo stesso valeva per loro e – per Padre Lupo! – io rimango pur sempre un Iminir, pertanto mi piaceva l’idea di sfruttare la loro follia distruttrice per i nostri fini. Per questo abbiamo preso accordi di mutuo soccorso e abbiamo scambiato informazioni sulle Azlu con King. Poi, li abbiamo visti all’opera con una strumentazione simile ad uno scanner, un radar o un sonar – non so bene – che serviva, a quanto pare, per identificare le Azlu in movimento attorno a noi. Diamine! Se quei puntini bianchi che lampeggiavano e suonavano con quel BIP tutt’attorno a noi erano delle Azlu, allora eravamo proprio nella merda fino al collo.
La cosa che mi ha sconvolto di piú è stato quando ho visto che hanno fatto scendere dal carro una specie di robot teleguidato, come quelli che si vedono nei film, dicendo che lo avrebbero mandato all’interno del loro nido e lo avrebbero fatto esplodere, cosicché il napalm che conteneva nel suo serbatoio avrebbe fatto strage delle luride aracnidi in pochi secondi. Un metodo poco ortodosso, ma che nella mia mente sembrava chiaramente e facilmente attuabile. Tra l’altro, questa sottospecie di cacciatori di mostri avevano anche una cartina di Denver che mostrava chiaramente le posizioni dei nidi di Azlu sotto la città. Inutile dire che ho preteso ed ottenuto di riceverne una, che conservo tuttora gelosamente con me.
Cosí è stato: hanno guidato il robot nella tana delle Azlu, mentre con una telecamera installata su di esso ne controllavano i movimenti, e lo hanno fatto detonare. L’esplosione è stata talmente forte che ne abbiamo sentito il calore ed il risucchio di fiamma fin dove eravamo noi. Insieme alle fiamme, sono piombate nella nostra direzione anche delle Azlu dal corpo carbonizzato o avvolto dalle fiamme; peccato per loro che non gli abbiamo permesso di avvicinarsi abbastanza da potere fare ulteriori danni.
Finita questa strage di Azlu, King ha contattato con la radio l’altra squadra che era presente là, da qualche parte tra i condotti abbandonati della metropolitana. Abbiamo ben presto scoperto che essi avevano raccattato Freccia non appena si era sbarazzato dell’Azlu che l’aveva attaccato e trascinato al livello inferiore. Mi è quasi venuta vergogna del conoscerlo quando ha cominciato ad urlare in maniera patetica per un Uratha, dall’altra parte della radio, per farci sentire che era ancora vivo; devo dire che, alle volte, si comporta davvero come uno stupido mezzo-uomo, la qual cosa mi fa andare davvero su tutte le furie, e nessuno vuole che io vada per davvero su tutte le furie.
Dopo che King aveva dato disposizioni alle altre squadre per pattuire il punto di ritrovo, abbiamo finalmente incontrato Freccia e la sua squadra, che era salita fino al nostro livello da un passaggio alternativo al portellone bloccato. Oramai erano le 12 PM, e noi non potevamo fare piú un granché per renderci utili, tanto piú che il giorno dopo il lavoro avrebbe aspettato tutti e tre. Inoltre ,i nostri neoacquisiti “amici” hanno insistito affinché noi ce ne andassimo: dicevano che era cosa loro finire il lavoro con il napalm. Noi ce ne siamo andati: se erano cosí stupidi da credere che bastasse combattere le Azlu da questa parte del Guanto, voleva dire che non avevano capito proprio un bel niente riguardo alle Schiere dei Ragni; ma mio nonno sarebbe felice del fatto che abbia trovato il modo di combattere le Azlu senza mettere a repentaglio la vita dei miei compagni di branco, facendo affidamento su degli umani che rasentano il suicidio con le loro azioni. Per la verità, secondo me, non è stato molto onorevole lasciare a loro questa incombenza. Chissà se sono suscettibili al Lunatismo? Si direbbe di no, da come si sono comportati finora, e questa cosa mi dà da pensare parecchio; meglio stare in guardia, quando si lavora con loro.
Ciò nonostante, all’1 PM eravamo già tornati a casa in forma Urhan, per accelerare il passo, ed eravamo addormentati nei nostri giacigli, con l’ambiguo sorriso semisocchiuso della nostra madre spirituale ad irradiarci della sua dolce ma dolorosa luce d’argento.

Storia I, sessione III, 4 punti esperienza a testa