Lupi Mannari: I Rinnegati :: Denver, domenica 6 maggio 2007/lunedì 7 maggio 2007

I raggi di Helios erano abbastanza alti verso le 8 AM, quando Corvo era abbastanza vispamente in piedi, con la forza e la voglia per trarre giú dal letto sia me che Freccia. Mentre stavo preparando la colazione e leggevo il giornale, in cerca di qualche lavoro che permettesse di guadagnare senza ledere la dignità, Freccia si è eclissato nel garage: probabilmente, dai rumori che si udivano da sopra, per riparare la sua moto (a suo dire, aveva dei problemi, da un po’ di tempo a questa parte) e quella di un cliente che gliel’aveva portata pochi giorni or sono. Nel frattempo, Corvo era sparito nella sua biblioteca scientifica; cosa ci troverà di cosí interessante tra tutte quelle formule, continuo a chiedermelo.
Pochi minuti dopo, la voce di Troy Bergen esplodeva dal teleschermo, sintonizzato sul mattutino notiziario televisivo locale della CNN: avevo acceso il dispositivo infernale per vedere se il National Geographic stesse per proiettare qualche documentario interessante, di quelli belli sui lupi o su altri animali piú arcani. Indovina un po’ chi si vede alla televisione? Il bulletto della sera prima, quello a cui avevo allegramente spaccato il setto nasale, per premiare la sua sfrontatezza; stava esponendo il problema dal “suo” punto di vista: un punto di vista molto personale ed in grado di farmi andare sui gangheri. Con la Furia che faceva da eco al battito incessante del mio cuore, ascoltavo le sue parole: diceva che un gruppo, descritto come il nostro, lo aveva aggredito e picchiato per derubarlo all’interno di Sloan Lake Park. Ricordami, diario, di spaccargli la faccia e di estrargli la colonna vertebrale non appena mi ricapita a tiro; non si prende in giro un Iminir sul suo territorio. La cosa veramente piú odiosa è stato scoprire che, da bullo malvestito, il ragazzotto si era trasformato in un bravissimo figlio di papà, con tanto di giacchetta e faccia da sberle: già, perché mi pare di aver capito si tratti del figlio del piú ricco imprenditore di Denver.
Non ci ho messo molto ad accorgermi che anche Corvo era stato attirato dalle notizie errate che la televisione gettava, con stupidità umana, nell’aria attorno, sotto forma di radiazioni sonore. Uno sguardo di intesa ci ha attraversato, e lui era già al suo computer a fare delle ricerche, per sapere qualcosa di piú sull’accaduto e su chi fosse in realtà questo schifoso individuo. Nel frattempo io – dato che agir non si poteva, visto che Freccia, dai rumori, sembrava averne ancora per molto - mi stavo dando da fare per cercare un lavoro tra gli annunci sul giornale: uno stupido lavoro da clown, un inutile lavoro come pulitore di locali, un poco praticabile lavoro da guardiano notturno (già, e poi chi ci va in ronda col branco?!); e questi erano anche i migliori: schifezza! Chissà se domani troverò qualcosa di meglio?
Verso le 10 AM, io e Corvo avevamo piú o meno finito di farci i cazzi nostri e Freccia, volente o nolente, doveva muovere un po’ il culo con ‘ste motociclette: quando il dovere chiama, i figli di Padre Lupo rispondono. Già, io e Corvo abbiamo cosí deciso di andare a mettere al corrente Freccia dello spiacevole accaduto. Gli finisse una freccia nel culo! Siamo scesi che lo stereo con la sua “musica” inascoltabile stava stonando le mie orecchie, sensibili a suoni impercettibili, e rombava come il grande spirito del tuono sul Long’s Peak, durante la mia iniziazione tribale. Dopo aver poco felicemente spento lo stereo - io per lo stono subíto, lui per l’interruzione “melodica” – e avergli spiegato la situazione, Freccia ha proposto di chiamare il giornale, per prendere contatti con il curatore del servizio e per sapere chi fosse veramente questo bullo, spacciandoci come finti informatori. Dal momento che Freccia non aveva considerazione alcuna, se non per la sua moto, siamo usciti da soli io e Corvo per utilizzare una cabina telefonica pubblica: abbiamo chiamato gli studi della CNN dicendo che avevamo delle informazioni e che gliele avremmo date la notte stessa, presso l’altoforno. Ho fatto parlare Corvo, in quanto piú diplomatico di me, sotto alcuni aspetti: abbiamo stentato nell’essere convincenti, per non dire che abbiamo fatto schifo.
Preso l’impegno, ce ne siamo tornati a casa: Corvo di sopra, io in garage a dare pugni al punching-ball, per scaricare la rabbia sia per la telefonata patetica sia per prepararmi a staccare le vertebre al bulletto. Verso le 12 AM me ne sono salito in cucina: se non preparo io da mangiare, non lo fa nessuno, oppure si mangiano solo delle schifezze.
Dopo pranzo, ho chiesto a Corvo e Freccia di allenarsi con me a combattere in forma Urhan: molti Uratha sottovalutano l’utilità di questa forma che Madre Luna ci ha concesso. Freccia si è dimostrato un vero cacciatore – la prossima volta lo farò penare molto di piú - mentre Corvo ha dimostrato di essere un vero Ithaeur: lasciamolo a faticare con gli spiriti. Comunque sia, deve mettere un po’ di forza in quelle zampe, se vuole combattere i nemici di Padre Lupo anche con artigli e zanne, oltre che con invocazioni a spiriti inadempienti.
Indeboliti dal sonno, a causa delle veglie dei giorni precedenti e dal recente allenamento, abbiamo deciso di addormentarci fino alla sera, per recuperare le forze. Ci siamo svegliati verso le 9 PM, decisi ad andare assieme presso l’altoforno: io e Corvo con la sua macchina, mentre Freccia con la sua moto. Non appena arrivati, non è stato difficile individuare una macchina ferma fuori dalla recinzione metallica della struttura industriale: abbiamo scoperto che era un falso allarme, dal momento che mi sono avvicinato di soppiatto, indossando la pelle del lupo per risultare meno sospetto possibile. È passata almeno un’ora di veglia prima che Freccia ci facesse notare un’altra auto appartata in una zona piú scura: un secondo falso allarme, dal momento che – avvicinandomi allo stesso modo di prima – ci ho trovato una coppietta in atteggiamenti amorosi. Stupidi umani: non hanno posti migliori in cui fare queste cose? Un bel bosco, per esempio, col suono della natura che sancisce il gesto sacro di preservazione della specie. Ma, se gli umani fossero tanto intelligenti da capire queste cose, non ci sarebbe bisogno dell’operato degli Uratha: i guardiani del Guanto.
La cosa veramente sconvolgente è stato che, poco dopo, abbiamo udito forti esplosioni a catena provenire dall’interno della recinzione industriale. Non capendo bene cosa succedesse, io e Corvo ci siamo fidati delle indicazioni concitate di Freccia che ci ha detto, senza possibilità di replica, di fuggire in auto, mentre lui ci avrebbe seguito in moto. Non appena seduto sul sedile posteriore, mi sono affacciato sulla scena per vedere che, in conseguenza alle esplosioni, all’interno dell’altoforno stava scatenandosi un’apocalisse davvero inintelligibile di fuoco, fiamme, fumo e proiettili esplosi dagli agenti della sicurezza.
Successivamente, arrivati a casa, Freccia ci ha spiegato che, in conseguenza al guazzabuglio avvenuto lí, farsi trovare col suo fucile a pompa senza autorizzazioni nel bagagliaio non era un buon modo per presentarsi ad un eventuale controllo della polizia: il ragionamento non faceva una piega, gliene dò atto. Fatto sta che non potevamo fregarcene dell’accaduto, tanto piú che non si era visto nessuno del TG; per questo siamo tornati sul posto, verso le 3 PM ormai del giorno dopo (lunedì 7 maggio 2007), in forma Urhan, per avere il passo piú veloce.
Non appena al di là del cancello, superato con abili balzi, abbiamo dovuto fronteggiare la presenza di un paio delle leggendarie entità che i nostri antenati solevano chiamare Azlu – le Schiere dei Ragni –, le figlie della leggendaria e arcana nemica di Padre Lupo: nostro dovere cancellare le sua prole degenere dalla faccia della Terra in suo nome, per il suo onore. Era la prima volta che ne incontravo una, e le parole mancano allo scopo di far capire come realmente appaiano; vi basti sapere che, appena ne vedrete una, potete star pur certi che la riconoscerete: è come se un atavico istinto pulsi solidale al sangue nelle vostre vene e nel vostro cervello; sapete come per istinto cosa dovete fare davanti a quelle entità aracniformi, ed io lo so fare molto bene.
Le abbiamo combattute nella forma del cacciatore primordiale, l’Urshul, e le loro membra penzolavano senza vita, alla fine del nostro operato; solo Freccia ha ostentato un temperamento piuttosto furioso prendendo i panni del Gauru, la benedizione e la maledizione del nostro compito di guerrieri selvaggi. Quanto a me, ho fatto onore al marchio che Luna ha posto su di me e a quello che Lupo Invernale mi ha concesso: 10.000 Uratha conquisteranno, prima o poi, al mio comando, il mondo intero! Ho dato anche sfoggio delle mie abilità tattiche chiamando gli spiriti della nebbia per coprire il branco, proteggendolo dalla vista dei nemici: sia degli occhi dei guardiani umani dell’altoforno che da quelli – molto piú numerosi e disgustosi – delle Azlu bastarde. Tornate da dove siete venute, figlie di uno spirito indegno di stare al mondo!
Alla fine della nostra lotta gloriosa, ho sentito che la nebbia stava per svanire, di lí a poco, senza contare che nuove guardie umane stavano arrivando, incuriosite dal baccano occultato dalla nebbia, ed altre stavano per chiudere il cancello, semi dilaniato, della struttura per la produzione di acciaio. Abbiamo deciso di ritirarci: il nostro compito era finito ed il Giuramento troppo importante per essere infranto: «Nu Bath Githul», il gregge non deve sapere. Io e Corvo ci siamo staccati da terra con un balzo possente, come quelli che solo la forma Urhan possono garantire; Freccia ha sbattuto contro la recinzione, nella piú pesante forma Urshul, ed è stato costretto ad abbatterla brutalmente, uscendo poco prima di essere individuato dalle pecore umane. C’era qualcosa di strano in essi: non puzzavano di semplici umani, chissà se riuscirò mai a capire di che cosa si trattasse in realtà? Per ora mi accontenterò di interrogativi, domani cercherò risposte.
Eravamo provati dalla nostra prima vera battaglia come branco, per questo abbiamo deciso di tornare a casa, ripercorrendo i nostri passi: la nostra Essenza esaurita ed il nostro locus una fontana da cui spillare la sacra acqua, nel rispetto dell’energia spirituale che l’alimenta.
Ma la nostra opera non era finita: se era vero che avevamo eliminato la minaccia dal lato materiale, forse molto rimaneva da epurare dall’altra parte del Guanto. Passati nell’Ombra con l’aiuto del nostro apripista, Freccia Tonante, abbiamo seguito la via fino al riflesso spirituale della zona dalla quale siamo andati e venuti tante volte in una sola notte. Seguendo le tracce delle Azlu, siamo stati condotti fino all’altoforno principale: il panorama dell’Ombra era ghiotto di schifosissime tele di ragno e di spiriti-morte, la cui presenza poteva essere un problema ma, per il momento, i nostri problemi erano ben altri.
Un rapido sguardo dall’altra parte del Guanto ed una successiva piú accurata visione da parte di Corvo, maestro in queste cose, hanno rivelato la presenza di quattro figure sospette solo quanto pallide: un bullo afroamericano, dal temperamento piuttosto agitato; un manager dell’alta società, dall’aspetto molto posato; un barbone, quasi anonimo tra i tanti a lui simili ed, infine, uno strano tipo molto coperto d’abiti, quasi a non volersi farsi riconoscere appieno. Non ci è voluto molto per capire che la tranquillità col la quale stavano parlando, in un’area in cui era avvenuto un tale disastro, doveva essere quantomeno sospetta; la prima cosa che ci è venuta in mente è stata quella di seguirli tutti per saperne di più. La matematica, però, era nostra nemica: noi tre, loro quattro; non potevamo proprio seguirli tutti, dividendoci per ognuno di loro. Proprio per questo Corvo ha cominciato a prendere accordi con uno spirito-morte: per seguire uno di essi in cambio di qualcosa; nella fattispecie il tipo ammantato, in cambio di distruggere diverse ragnatele in una certa area dell’Hisil, affinché lui potesse meglio attingere all’Essenza di morte, che si stava generando in conseguenza all’ “incidente”. Con questo stratagemma abbiamo saputo prenderlo per la gola, ed i lavoro di disinfestazione dalle ragnatele è stato cosa da poco, per fortuna.
Nel frattempo Freccia ha deciso di seguire l’imprenditore - perché se ne stava andando con la sua lussuosa macchina - se non altro per prendere la targa, che si è scoperto essere inesistente. Per questo motivo, Freccia ha risvegliato lo spirito dell’automobile, dandogli un brusco scossone, di modo da riuscire, in seguito, a seguire la sua traccia. Invece, il barbone si è fermato presso un barile di quelli che usano spesso i senzatetto per accendervi un fuoco all’interno.
Accorgendomi che il bullo di colore stava andandosene per le vie della Downtown di Denver, ho avvisato Freccia, che stava tornando da Corvo, che mi sarei allontanato per seguirlo. La direzione finale era uno strano locale per pecore perdigiorno da cui fuoriusciva una fastidiosissima musica che gli umani sogliono chiamare rap. Il nome del postaccio è Asylum e si trova in St. Andrew’s Avenue, 44. Una volta appurato che il nero entrasse nel locale, sicuro che avrei potuto trovarlo lí in futuro, me ne sono tornato sui miei passi per informare Freccia e Corvo dell’accaduto.
Freccia era solitario ed in attesa: l’ho messo al corrente delle mie scoperte e lui delle sue e di Corvo, molto piú sconcertanti delle mie. Il barbone era in realtà un vampiro; dico bene: un vampiro! Sembrerà una cazzata o una cosa difficile da credere, ma sia lui che Corvo lo avevano visto gettarsi al collo di una passante e rubarle del sangue, mentre uno spirito-sangue ed uno spirito-morte volteggiavano attorno alla scena. Seppure la rivelazione fosse turbante non era inverosimile: l’esistenza di esseri come noi e le Azlu poteva voler dire anche l’esistenza di cose peggiori, come i vampiri. In piú, questa rivelazione spiegava molte altre cose, come l’apparente tranquillità delle quattro figure e la loro pelle estremamente pallida; già perché, se il barbone era un vampiro, molto probabilmente lo erano anche i suoi allegri compagni, troppo strani per essere normali umani. Purtroppo Freccia e Corvo non avevano potuto agire in soccorso della povera umano, in quanto non c’era nessun locus nelle vicinanze; senza contare che, poco dopo, il tizio si era inoltrato nelle fogne, facendo uso di un tombino poco distante.
Un’altra cosa rimaneva a Freccia da spiegarmi: che fine avesse fatto Corvo. Questo enigma aveva una spiegazione molto piú semplice e razionale: domattina – o, meglio, stamattina – Corvo sarebbe dovuto andare a lavorare di buon’ora, per questo aveva ritenuto che rincasare, prima che si facesse troppo tardi, fosse la soluzione migliore.
Sia io che Freccia sapevamo che lo spirito della morte col quale Corvo aveva preso contatti ed accordi sarebbe tornato al riflesso spirituale dell’altoforno senza conferire con nessuno, qualora ce ne fossimo andati: cosí facendo avremmo sprecato una preziosa informazione pagata con una certa fatica, e non mi va che noi ci si faccia la reputazione degli stupidi che vanno in giro a fare piaceri gratis agli spiriti. Abbiamo aspettato pazientemente il suo ritorno, ma egli si è mostrato scettico oltremodo nel condividere con noi le informazioni trovate nel viaggio spirituale, volendo conferire solo con Corvo. Dopo avergli fatto notare che sia io che Freccia avevamo contribuito a ripagare il suo servizio, lo spirito non ha esitato a spiegarci, nella sua lingua, che per la verità capisco molto poco, dove si fosse recata la figura dall’aspetto celato e misterioso. Inutile dire che la sua spiegazione era a dir poco incomprensibile per una mente umana o ad essa assimilabile; cosa che ci è costata parte della nostra Essenza, come pegno per essere guidati presso il luogo dove lo spirito-morte aveva perso le tracce del supposto vampiro. A dire dello spirito, si trattava di un posto «dove i grattacieli si confondono», cosa che abbiamo scoperto essere un posto vicino – o, meglio, all’interno – dell’entrata della metropolitana. Lo spirito indicava insistentemente un’apertura nel muro che mostrava un percorso in discesa sul lato opposto alla galleria dove passava il metrò. Neanche a farlo apposta, quella zona di metropolitana non mandava nessun riflesso nell’Ombra; per questo abbiamo dovuto interrompere lí le nostre ricerche, col proposito di tornarvi non appena fosse stato possibile. Altro non rimaneva che tornare a casa, ormai ad ora tarda, per mettersi a riposare, preparandoci per la caccia che ci avrebbe aspettato nel giorno nuovo.
Suppongo che, non molto dopo il nostro arrivo, debba essere avvenuto il risveglio di Corvo, tornato a casa ben prima di noi, rassegnato a recarsi in ufficio per continuare con le sue ricerche scientifiche. Alcune ore dopo, ci siamo alzati anche io e Freccia: a suo dire, lui doveva finire di riparare una moto che gli avevano portato, non ricordo bene quando; è sempre pieno di moto da riparare, lui. Nel frattempo non ho potuto fare a meno di notare le sentenziose parole dei titoli sul giornale: «Attacco terroristico all’altoforno»; si sarebbe trattato, a starli a sentire, di un attacco operato da un gruppo estremistico di ecoterroristi. Perché queste giustificazioni del gregge umano devono essere sempre cosí patetiche? Non dico che questa benedizione del Lunatismo che Madre Luna ha gettato su di noi mi dispiaccia, anzi, quello che mi dispiace è, però, la mancanza di creatività da parte degli umani. Certe volte il contatto con gli spiriti, devo riconoscerlo, non danneggia affatto gli umani, anzi, li rende piú creativi. Rimangono, purtroppo, casi rari ed isolati, altrimenti la figura di noi Uratha non sarebbe poi cosí indispensabile, e noi siamo tutto fuorché dispensabili.
Non ci è voluto molto per veder comparire, in caratteri tipografici giornalistici, il nome Joseph Fergusson: a quanto pare il proprietario dell’altoforno; cosa molto interessante, soprattutto visto che la sua faccia era uguale a quella del tipo strano visto la notte precedente, vestito da manager e presunto vampiro. Anche Freccia si è detto interessato dalla nuova scoperta, ma il suo interesse si è spostato ben presto su quel trabiccolo meccanico che chiama tornio parallelo: si è messo a fabbricare tre tirapugni, degli aggeggi utili per dare pugni piú forti; secondo me, sono solo un vile surrogato per checche rammollite che non sanno dare nemmeno un mezzo pugno come si converrebbe ad un uomo che osi chiamarsi tale.
Dopo aver avvisato Corvo delle nuove scoperte, al suo ritorno di sera, si è deciso di andare presso il locale del nero d’America a fare un paio di indagini, in St. Andrew’s Avenue n°44. Purtroppo, per lo stupido fighetto umano che si è permesso di sfidarci al semaforo, non è stata una bella serata: si è dovuto subire le offese di noi tre figli di Padre Lupo, oltre che ad un brutto tiro mancino di Freccia che, allungandosi dal finestrino posteriore della macchina di Corvo, mentre eravamo fermi al semaforo, ha manomesso i suoi freni, chiamando in suo aiuto gli spiriti della tecnologia con i quali tanto sembra andare d’accordo, per quanto uno spirito possa andare d’accordo con un lupo mannaro.
Dopo aver parcheggiato ed esserci addentrati a piedi nei vicoli sporchi e bui della Downtown, per raggiungere il locale dal nome Asylum, ci siamo trovati a fronteggiare un buttafuori di colore dalla stazza piuttosto imponente e dal cervello piuttosto microscopico. Non sono valse a nulla né le buone né le brutte maniere ed ho dovuto resistere parecchio alla tentazione di pestarlo fino a trasformare il palo in stoppa, ma non mi sembrava consono attirare l’attenzione, con quello che poteva esserci nascosto là dentro. Sono quasi sicuro che sia stato lui a chiamare l’altro individuo che è uscito poco dopo, chiedendoci cosa volessimo; deve aver usato qualche comando a distanza o qualcosa di simile di cui parla spesso Freccia, dal momento che l’ho visto fare un leggero ma brusco movimento, come a premere qualcosa di elettronico vicino al suo trasmettitore. Poco importa, fatto sta che è uscito un secondo tipo, questa volta un viso pallido vestito pacchianamente alla “agente dell’FBI”, classe stupido. Anche lui non ha potuto resistere alla tentazione di annoiarci con domande stupide ed inutili, a cui Freccia, da buon Irraka, ha saputo ovviare con risposte altrettanto stupide e banali. Alla fine, veniamo a sapere che proprio non si può entrare, ed il viso pallido se ne ritorna all’interno del locale. Io stavo già pianificando come spaccare la faccia, senza fare troppo rumore, al buttafuori; mentre Freccia stava analizzando un piano per entrare tutti di soppiatto e di nascosto all’interno, quando è tornato fuori l’elegante bianco che ci propone di entrare al costo complessivo di 500 $. Premetto che non so quanti siano esattamente questi benedetti 500 $, ma - a quella faccia da coglione - non avrei dato piú di mezzo pugno, prima di vederlo cadere in coma al suolo. A quanto pare, invece, Freccia e Corvo avevano già deciso di darsi da fare coi portafogli: peccato!
L’entusiasmo sui loro occhi è sembrato parzialmente smorzarsi quando, per lasciarci entrare, volevano prima che ci facessimo perquisire. Figuratevi se io mi sarei fatto mettere le mani addosso da quel nero leccaculo! Sottolineando con decisione che non era affatto necessario, mi sono tolto dalla tasca questo tirapugni d’acciaio, ingiungendo falsamente che ci tenevo a ritrovarlo una volta che fossi tornato all’uscita: non era affatto vero – non sapevo proprio che farmene di quel coso – ma faceva capire che non avevo alcuna intenzione di essere preso per il culo. Corvo non ha deciso di seguire il mio esempio, ma è stato spogliato della patetica arma, non appena la perquisizione è iniziata. Sembrava pulito, stranamente, invece, Freccia; ma, non appena l’elegantone alla FBI gli ha ingiunto di consegnare il tirapugni nascosto sotto la placca di protezione della corazza da motociclista, un poco mi sono cascate le palle: che figura indegna per un figlio di Padre Lupo; fare affidamento su armi cosí poco lupesche e, per giunta, farsi anche fregare da una pecora, anche se successivamente avremo scoperto che, in realtà, non si trattava di un umano.
Non appena entrati, l’odoraccio di vampiro era pregnante; molto presente era anche quello di umano, cocaina ed ogni altra schifezza chimica si potesse desiderare. C’era anche un fastidioso odore di testosterone nell’aria, probabilmente a causa della quantità preoccupante di sgualdrine e puttane che giravano nel locale, e di maschi che le guardavano e toccavano sbavando; di ben altra natura era il formicolio che sentivo a fior di pelle: sicuramente dovevamo trovarci all’interno dell’area di influenza di un locus, cosa del tutto confortevole, considerando che eravamo come gazzelle nella tana del leone, a quanto pareva. Io odio fare la preda, perché io sono figlio di Padre Lupo: sono un cacciatore per natura!
Non ci è voluto molto perché le prostitute provassero a metterci a nostro agio, a modo loro; ma quando io lavoro non voglio distrazioni, di qualunque tipo di distrazioni si tratti. Per questo ho “gentilmente” declinato l’invito; quando si va a caccia non ci si fa cacciare e, accoppiarsi con una puttana, non è buona cosa per un Uratha: le donne infedeli sono le prime a morire, quando la Furia Mortale bussa alla tua porta. Freccia, invece, sembrava voler quasi divertirsi; ho dovuto ricordargli con severità qual era il nostro compito lí, per farlo tornare in riga.
Il nostro passo strategico successivo è stato cercare con circospezione il quadro elettrico della sala, per prepararci ad una intelligente ritirata al buio, nel caso fosse andata male, e, se fosse scoppiata una rissa, sarebbe davvero andata male: eravamo troppo pochi ed insicuri sulle stime del rapporto di forza tra noi e loro. Le apparenze, comunque, ed i numeri facevano pendere l’ago della bilancia nettamente dalla loro parte. Il lucchetto che assicurava la cassetta coi comandi elettrici era solo innestato nelle aperture di sezione circolare all’interno delle quali passava, ma non sigillato; per cui è stata cosa da poco farlo sparire e nasconderlo, con un calcio rasoterra di Freccia, in un posto tale da renderlo difficile da trovare.
Nel frattempo che noi stavamo girando per la sala, facendo finta di festeggiare, per non destare troppi sospetti, è accaduto che Corvo fosse convocato al cospetto del nero mediante ambasceria del suo amico dalla faccia bianca, vestito alla governativa. Io e Freccia ci siamo allarmati e, conferendo fra di noi, stavamo cominciando a soppesare un piano per andare in suo aiuto, nel caso le cose volgessero per il peggio. La cosa meno sollevante era che la mia capacità di percepire la forza delle prede, concessami da Luna, mostrava chiaramente quanto il proprietario afroamericano dell’Asylum fosse realmente un forte guerriero; d’altro canto Freccia, chiedendo aiuto agli spiriti che interagiscono con i suoi Doni, è venuto a sapere che questo individuo è un tipo piuttosto irascibile. Insomma, non eravamo in una situazione delle migliori.
Per fortuna, pochi minuti dopo, Corvo è tornato da noi dicendoci che, parlando col nero, era emerso come egli credesse erroneamente che noi fossimo alleati delle Azlu – madornale errore! – e che ci minacciava molto pesantemente, incitandoci a lasciar perdere le nostre ingerenze, se non volevamo morire; alludendo alla sorte infausta toccata, per mano dei vampiri, ad alcuni nostri predecessori Uratha. Corvo ha detto di essere riuscito a convincere l’afroamericano che non solo noi non c’entriamo nulla, ma che – anzi – siamo contro le Alzu; ma le minacce nei nostri confronti restavano.
Dopo averne parlato tra di noi, abbiamo deciso di tornare a parlare con il proprietario del postaccio per trovare un accordo di “mutuo soccorso”, anche perché le sue minacce proprio non mi andavano giù; in più, noi avevamo qualcosa da guadagnarci in questa storia e, forse, a loro conveniva di piú averci come “amici” che come nemici. Alla fine, siamo riusciti a trovare un compromesso discretamente vantaggioso: noi riceviamo il “permesso” di cacciare le Azlu in tutto il territorio cittadino che, a quanto pare, loro reclamano come loro dominio; loro, d’altra parte, acconsentono a riconoscere come nostro territorio il quartiere di Lakewood.
Il tipo sembrava interessato e ci ha detto che doveva chiedere a qualcuno più in alto di lui: l’appuntamento per le decisioni finali è stato fissato tra tre giorni, alle 9 PM, presso City Park. Dopo questo discorso fatto col bestio di colore, la nostra pazienza era già stata messa duramente alla prova da un posto così squallido e la nostra diffidenza nei loro confronti era tale da farci prendere l’unanime decisione di tornarcene a casa per riposare e riflettere sull’accaduto.
So che potrebbe essere una trappola, so che è bene non fidarsi di questi tipi; ma, se veramente avessero voluto nuocerci, ci avrebbero attaccato all’Asylum, credo. Una cosa è certa, comunque: ovvero che non mi fido affatto di essi, e l’accordo rimane pur sempre una cosa provvisoria e localizzata ad un singolo impegno d’onore. Nel caso che loro dovessero mancare di rispettare la loro parte dell’accordo, come – del resto - credo che faranno, saremo costretti a cercare nuovi alleati per abbatterli, ma li abbatteremo. D’altra parte noi possiamo combatterli da entrambi i lati del Guanto, e questo è un privilegio nostro esclusivo.
Lancio un ululato, in onore dei miei antenati, alla luna; la penna dell’aquila - che sovrasta la mia chioma nera, dai riflessi blu come il fulmine - simbolo di giustizia, saggezza e potenza, rischiara di luce scialba la strada davanti alle mie zampe: una pista di sangue mi segue, una di gloria mi attende.

Storia I, sessione II, 5 punti esperienza a testa