Silverwolf



«Non temete,
il Lupo vi proteggerà,
sbranerà i vostri nemici,
vi guiderà nell’oscurità delle foreste,
difenderà i giusti e gli innocenti,
la sua rabbia giungerà alla gola del male,
e la strapperà.
Ricordate però,
non scatenate la sua Ira,
o la gola sarà la vostra.»
— Antico canto Uth Than Xar

Una figura imponente e minacciosa, un giovane che porta abiti di pelle rozzamente confezionati, alto e massiccio, folti capelli neri e pelle abbronzata. Il suo incedere è pesante e deciso.
Silverwolf nacque, nel 400 AC, a Rivershield: una comunità di barbari, nata poco prima della fine della Guerra delle Lance, nei pressi del villaggio di Windkeep, ad est dei monti del Kharolis, sulle rive del fiume Windsrun. Sin da piccolo, Silverwolf mostrava un carattere forte e vivace, incline all'avventura; d'altronde era figlio di Blackwolf e Greyhawk.
Il primo uno dei più famosi guerrieri della sua tribù, un uomo rispettato tra la gente del Kharolis per aver combattuto, alla giovane età di sedici primavere, al fianco di Riverwind e le sue due figlie - Brightdawn e Moonsong - contro la signora dei draghi, Malystryx la rossa. Nello scontro, in cui perirono l'eroe e la figlia Brightdawn, lui venne ferito, ma riuscì a salvarsi assieme a Moonsong, in condizioni ben peggiori.
La madre era figlia di Greateagle, ed entrambi aiutarono Moonsong a capo dell'Esodo dei kender. Fu il nonno materno ad insegnare al giovane Silver le basi della scrittura e della lettura, perchè a suo dire tutta la forza di un centauro sarebbe stata nulla di fronte allo scritto di un saggio. Greateagle gli insegnò, inoltre, l'arte del plasmare il ferro, nella quale scoprì avere un certo talento.
Gli anni trascorsero veloci, nonostante gli scontri saltuari con i goblin che infestavano le aree circostanti. Silver cresceva robusto e sveglio, lavorando come fabbro del villaggio e allenandosi nell'arte del combattimento. Il villaggio fondava la propria economia sulla pesca, sulla lavorazione dei metalli e sulla protezione offerta dalla tribù ai villaggi sparsi nella Foresta di Wayreth. Per secoli, la tribù di Silverwolf aveva combattuto goblin, ogre e altri pelleverde e l'esperienza maturata nel tempo aveva fatto degli Uth Than Xar ottimi cacciatori e indomiti guerrieri.
Blackwolf era il sesto capovillaggio e, sotto la sua guida, Rivershield era giunto al suo massimo splendore: da un insieme di capanne e palafitte era diventato un rigoglioso villaggio fortificato. Il fiume era generoso di cibo e i mercanti disposti a risalirlo per acquistare le creazioni degli artigiani; d'altronde la zona era diventata molto più sicura di un tempo, e Rivershield era uno dei pochi paesi a non esser diventato un’avamposto dei Cavalieri Scuri, resistendo sempre in modo tenace ed ostinato alla loro tirannia.
Tutto cambiò la notte della Grande tempesta(421 AC), quando indistinte ombre emersero dalla nebbia che aleggiava sul fiume. Le sentinelle suonarono prontamente l'allarme, i guerrieri e tutti gli uomini abili imbracciarono le armi e si scagliarono contro il nemico, incuranti del pericolo che li attendeva: i loro avversari erano Thanoi, i terribili uomini-tricheco. Silverwolf e tutti i suoi compaesani si trovarono davanti ad un nemico che conoscevano soltanto tramite i racconti leggendari, che venivano narrati dagli anziani la sera davanti al fuoco.
Le due fazioni si scontrarono con una violenza tale che la terra tremò: urla terribili riempirono la notte, il sangue si mischiò con l'acqua del fiume e lordò le pareti delle capanne. Gli abitanti di Rivershield riuscirono a resistere all'attacco, pagando però un pesante tributo di vite umane: tutti quella sera persero qualche parente e qualche amico. Lo spirito di quella tribù era forte e, una volta onorati i caduti, non persero tempo e ricostruirono ciò che era andato distrutto.
Passarono un paio di settimane quando al villaggio arrivò una delegazione di Vesti Bianche, capitanate da Raman Leonshar: queste asserirono di esser partite la mattina seguente la grande tempesta, in quanto nella zona della foresta avevano avvertito enormi flussi magici maligni. Quando videro lo stato del villaggio, decisero di non perder tempo e partire il prima possibile per risalire il fiume e raggiungere il fulcro dell'attività oscura. Blackwolf decise di guidarli fra le insidie della selva, ed organizzò un gruppo che fungesse da scorta, lasciando invece Silverwolf e Greyhawk a custodia del villaggio.
Il gruppo partì la mattina seguente e, per un' intera settimana, non si ebbero più notizie, finché, in una notte senza luna e senza stelle, Blackwolf fece ritorno con una pietra stretta in pugno. Coperto di ferite ed in fin di vita, raccontò al figlio di essere l'unico superstite dell'intera spedizione e gli affidò l'importante incarico di portare la pietra a Solace, facendosi giurare di consegnarla solo ed unicamente nelle mani di Palin Majere. Egli giurò, ed immediatamente partì alla volta della città.
Cavalcava con un impeto che non aveva mai conosciuto, il suo cuore sembrava scoppiargli nel petto, nella sua mente continuavano a sovrapporsi le immagini dell' attacco al villaggio: sua madre e suo nonno chini su suo padre ferito. Tutto questo gli infiammava l'animo, sentiva montare dentro di se rabbia e odio, avvertiva il crescente desiderio e bisogno di distruggere. Sentì un sibilo, poi un altro e un altro ancora: il cavallo rovinò a terra trafitto da diverse frecce, sbalzando Silverwolf poco lontano. Quando riuscì ad alzarsi da terra, il giovane si trovò circondato da un numeroso gruppo di Goblin sogghignanti. La vista di quei sorrisetti malefici gli fece perdere del tutto il controllo: si lanciò su di loro, inneggiando ai nomi dei suoi antenati, senza sentire dolore o provare paura. Si batté con tutta la forza e l'energia che aveva in corpo, ma i nemici erano troppi e dopo le prime perdite lo accerchiarono: Con il tridente li teneva lontani, ma sapeva che non sarebbe riuscito a tenerli a bada ancora a lungo; si sentiva sfinito.
Sentiva che per lui era finita: era consapevole che attaccandolo in massa lo avrebbero ucciso sicuramente. Un’ombra nera spuntata alle sue spalle si scagliò sui goblin, massacrandoli tutti in pochi attimi. Silverwolf non riusciva a capire di chi o cosa si trattasse, sapeva solo due cose: la prima era che era fortissima, la seconda era che ora stava puntando lui. Non ci fu neanche lotta, il barbaro era stremato e ferito, tutto divenne scuro, e poi la luce.
L’odore di sudore ed escrementi gli pungeva le narici, le mosche lo tormentavano con il loro continuo ronzio. Quando la sua vista si schiarì, poco si accorse di trovarsi dentro una gabbia in compagnia di altre persone, che continuavano ad osservarlo. «Finalmente ti sei svegliato!», esordi una giovane ragazza, «Sono tre giorni che dormi qua nella gabbia». Silverwolf non capiva dove fosse, il paesaggio circostante era totalmente estraneo. La gabbia in cui era rinchiuso, con altre cinque persone, era su di un carro, in compagnia di altre tre gabbie. L’unica cosa che sapeva era che si stavano spostando verso est. La ragazza gli disse di chiamarsi Dorin e di esser stata rapita da una banda di Ogre, assieme alla sua famiglia, dalla loro fattoria, nella campagna all’infuori della città di Solace, nella regione dell’ Abanasinia.
Dopo diversi giorni di cammino, arrivarono a Blöten: capitale del Blöde. Lì, furono messi in schiavitù ed utilizzati nelle campagne. Passò quasi un mese dal loro arrivo, quando un nuovo carico di schiavi giunse alla città. Silverwolf riconobbe molti suoi amici e delle persone appartenenti al suo clan, e si fece raccontare cosa fosse successo a loro ed al villaggio, ma soprattutto alla sua famiglia. Parlò Redraven, un amico di lunga data di suo padre. Egli raccontò che Blackwolf, Greyhawk e Greateagle scomparvero la notte che Silverwolf scappò: Shadowarrow, lo sciamano del villaggio, accusò Blackwolf di aver tradito la sua gente, ma la popolazione non volle ascoltarlo e lui, il giorno seguente, si presentò con un contingente di Cavalieri di Thakhisis e molti dei guerrieri superstiti dall’attacco dei Thanoi cadderò nello scontro che ne seguí. I sostenitori rimasti vennero deportati. Redraven disse anche che Shadowarrow cercava ossessivamente una pietra che asseriva fosse in possesso di Blackwolf. Mise a soqquadro la loro casa ed, infine, non trovandola, le diede fuoco.
I giorni passarono, le angherie aumentavano e gli schiavi diminuivano, stremati dagli sforzi e dalla fame. Silverwolf resisteva, chiuso nel suo silenzio, facendo crescere l’ira nel suo cuore. Dorin nutriva già una simpatia per il barbaro e, quando uno schiavista Ogre pose le sue attenzioni su di lei, la paura si fece largo nel suo cuore, tanto che la ragazza non si allontanava mai per molto tempo da lui e tra loro nacque un tenero sentimento. Una notte, la porta del dormitorio dove alloggiavano i due si aprì, sbattendo violentemente contro il muro. Muzhar lo schiavista entrò, seguito da una decina di guardie: si diressero verso la branda di Dorin, la presero per i capelli e tentarono di trascinarla fuori. Tentarono: Silverwolf impugnò la forca più vicina e si avventò sui malfattori. Lo seguirono i molti schiavi e scoppiò una rivolta che, come un incendio estivo, si propagò velocemente tra molti dormitori. Gli schiavi furiosi appiccarono il fuoco ai campi, ai dormitori, alle dimore degli schiavisti e delle guardie. Silverwolf affidò Dorin ad un gruppo di suoi compagni, guidati da Redraven, per scappare e tornare a Solace, promettendole che sarebbe tornato. Dopo un doloroso saluto, i due si separarono; il barbaro rimase a combattere per concedere qualche speranza in più al gruppo in fuga.
Gli scontri continuarono per tutta la notte e molti altri schiavi tentarono la fuga, incluso Silverwolf, che aveva capito che la ribellione notturna aveva colto impreparate le guardie cittadine ma, ormai, all’alba, le fila nemiche si erano riorganizzate. Inoltre, l’arrivo dei rinforzi, giunti dalle guarnigioni fuori città, segnava l’impossibilità di continuare la già impari lotta. Silverwolf ed il suo gruppo furono tra gli ultimi ad abbandonare Blöten. Il barbaro aveva cacciato tutta notte Muzhar e, una volta staccata la sua testa, si ritenne soddisfatto.
Marciarono tutta notte e la notte seguente ma, sul confine del Khur, furono intercettati da una pattuglia Ogre. L’ufficiale decise di imprigionarli e di spedirli come schiavi-soldato contro i Solamnici ad Elmwood, dove si prepara una grande battaglia. Trasportato ancora su di un carro dentro una gabbia, il barbaro cominciava a pensare di aver fatto un torto abbastanza grave a una qualche divinità...
L’ occasione per fuggire venne quando si trovava vicino ad Elmwood, quando uno schiavo riuscí a forzare la serratura della gabbia dove era rinchiuso anche Silverwolf. I prigionieri scapparono, a parte il figlio di Blackwolf, che riuscí a tener testa da solo a parecchi goblin, fino all’arrivo di un gruppo di avventurieri, che accorsero in suo aiuto. E l’aiuto fu fondamentale. L’onore del guerriero gli impose di unirsi al gruppo, che comunque era mosso da un compito nobile: quello di allertare Solanthus dell’assedio di Elmwood, oramai attaccata.
Riuscirà Silverwolf ad aiutare i suoi salvatori per riportare l’onore al suo clan? E riuscirà a raggiungere Solace per consegnare la pietra, per carpirne il segreto e scoprire come uccidere Shadowarrow? Troverà Doris ed i suoi compagni?
Queste sono le domande che albergano nella sua mente, e l’unico modo per ottenere le risposte sarà combattere.