Chemosh – Hiddukel

Quando il gruppo esce dalle catacombe di Elmwood...

Nel cielo atro, costantemente scosso da fulmini di luce nera, in mezzo alle nuvole grigie costantemente in movimento, si riflette la sottostante piana di terra morta e senza luce. In mezzo ad un elevatissimo tumulo interamente costituto d’ossa, si eleva un trono costruito con l’endoscheletro ingiallito di un grande drago. Su di esso è posata una creatura scheletrica, il cui viso è il teschio ingiallito di un grande animale, che indossa una semplice tunica nera, le cui pieghe cascano a terra con i lembi che si articolano come le radici di una quercia secolare.
Da destra e da sinistra rispetto allo scranno, si avvicinano due individui con delle vesti rosse dai ricchi risvolti color avorio. In volto portano una maschera ciascuno: bianca e nera, la prima reca un sorriso, la seconda una smorfia. Le due figure si incontrano al centro, davanti al trono, e si fondono in una sola con la maschera per metà gioconda e per metà nefasta.
Dall’alto del trono osseo giunge un sussurro rauco e in parte stridulo, ma soffocato come un eco:
«Ben giunto nella mia dimora. Spero sia di tuo gradimento».
In risposta subito arriva una voce stridula e acuta che si insinua nell’anima e che risuona stranamente doppia, come se fossero due persone a parlare contemporaneamente:
«Sappiamo bene entrambi che non mi hai fatto venire fin qui solo per godere della tua ospitalità. Quindi, fa’ un piacere ad entrambi, e non farci perdere tempo inutile con false intenzioni: sai bene che le smaschererei subitamente».
«A che pro? Non abbiamo forse tutto il tempo del mondo? E cos’è il tempo davanti al silenzio della morte? Quanto alla tua arguzia, mi pare di ricordare che non serví a molto nel prevenire il furto della Regina Oscura».
Anche la parte goliardica della maschera muta in un’espressione solidale all’altra metà.
«Eppure la giocai numerose volte. Anche se si fosse presa la sua vendetta avrebbe avuto molto da recuperare. Ma non provocarmi: vuoi forse che dia prova della mia arte su di te?»
«Lascia le vendette al Tiranno e i tuoi trucchi tienili da parte con me, se ci tieni alla tua incolumità».
«Da quanto le minacce sono strumento di negoziati e trattative?»
«Se ti unisci a me sai bene che fai solo i tuoi interessi. Ora come ora, la sorte del Tiranno è segnata e tu non vuoi stare dalla parte di chi perderà, nevvero?»
L’espressione della parte pallida della maschera torna sorridente.
«Sai che non avremo mai la solidarietà dell’Untore, il Tiranno è troppo orgoglioso per rinunciare ai suoi piani e la Selvaggia ci farebbe bruciare tutti nelle fiamme dell’inferno».
«Lasciamo che l’Untore scivoli sul suo stesso olio, che il Tiranno affondi il pugno nelle spine e che la Selvaggia incendi la sua foresta. Poi correremo noi ad elargire bastoni, bende ed acqua; ed è qui che entrerai in gioco tu».
«La cosa comincia ad interessarmi».
«Pazienza, pazienza, amico mio. Gradiresti, nell’attesa, una partita a scacchi? Ho dei nuovi schiavi che sarebbero onorati di farci da pedine».
Dalla rupe ossea si leva un lancinante sogghigno che penetra nelle ossa, come di tre voci malvagie all’unisono.